Vito Maurogiovanni

Quando si dice un’anima colta: Vito Maurogiovanni, ovvero il Marcel Proust del basso Adriatico. Non sembri irriverente né sarcastico tale paragone, poiché la sua sterminata messe di articoli (drammi teatrali, romanzi, racconti, novelle, diari di viaggi e  chissà quant’altre tipologie testuali) costituiscono  una vera e propria “A la recherche du temps perdu” in formato pugliese. Ho conosciuto Vito agli inizi della mia carriera, quando da ragazzo respiravo  il meraviglioso odore frammisto di cuoio, acqua di colonia e sudore che era tipico dei club, delle cantine, degli scalcinati teatrini dove si faceva  avanspettacolo. Più avanti di parecchi lustri con l’età, lui era già un giornalista serio, distinto, elegante, pieno di bon ton; mi sembrava una specie di zio Vania o di Rasckolnikov appena  sgusciato fuori dalle pagine  di Cechov o di Dostoevskij. Cosa poteva unirci, essendo così lontani non solo in senso  anagrafico ma anche come estrazione sociale e culturale? Oggi, dicono, che vi è solo un argomento che può indurre un intellettuale a intrattenersi in forma dialogica confidenziale con un qualsiasi garzone: il calcio. A miei tempi, incredibile a dirsi, tale miracolo poteva compierlo la lirica.  Passavo ore, con il buon Vito, a discettare sulla  purezza vocale della Tebaldi o sulla magniloquenza della trama della Turandot. Eravamo di solito acquattati dietro   le quinte; io in attesa di fare la mia brava comparsata in qualche schetch, lui per porgere, all’occorrenza, qualche “pizzino” ai comici. Si, perché era questo l’inconfessabile “peccato” del dottor Maurogiovanni: amava scrivere per questa forma di spettacolo, senza però osare firmare i suoi testi, poiché gli attempati parrucconi della Gazzetta suoi colleghi  lo avrebbero impietosamente irriso. Esaurita la parentesi dell’avanspettacolo, lo persi di vista. Ma le nostre strade si sarebbero incrociate quanto finiti per me gli anni di noviziato impiegatizio, presi a calcare le tavole del Purgatorio. Dopo la grande epopea della risata, la Compagnia era alla ricerca di un testo originale, qualche stralcio di storia locale, che sapesse anche smuovere le corde della nostalgia. “Chidde dì” scritto da lui era pressoché perfetto; e forse lo era perché non si trattava solo di bella scrittura. Vito è un testimone dei tempi. La partecipazione alla Resistenza l’ha vissuta davvero sulla propria pelle. Il lavoro si rifaceva ad un episodio tra i più amari vissuti dalal nostra città durante il secondo conflitto mondiale. Il 28 luglio del 1943 una folla di operai, studenti e intellettuali manifesta sotto il carcere di Bari per chiedere la liberazione di alcuni esponenti dell’antifascismo; la polizia non esita a sparare ad altezza d’uomo, e ben 28 manifestanti restano sul selciato, oltre ai numerosi feriti. Confuso tra le fila degli studenti, Vito  riesce a sfuggire per un soffio alle pallottole dei gendarmi. Fu un’esperienza che lo segnò profondamente. Tutto il suo teatro, non a caso,  trasuda di grande tensione morale. Io, giuro, ho visto persone in platea singhiozzare come vitelli per “Aminueamare”, capolavoro drammaturgico del  nostro repertorio barese, ma posso altresì testimoniare della leggerezza, e starei per dire leggiadria della prosa di Maurogiovanni, che in certi tratti ricalca l’ironia pacata e un po’ surreale di Achille Campanile. Per una sorta di congenita idiosincrasia non ho quasi mai frequentato salotti; eccezion fatta per l’accogliente dimora di Vito, che, assieme a sua moglie, la gentilissima signora Anna, formavano una coppia di ospiti eccezionali. Posso dire, a distanza di qualche decennio, che più dell’amicizia, entrambi hanno costituito per me un punto di riferimento etico, un porto sicuro e tranquillo in cui rifugiarsi, quando intorno ti rintronano i venti della maldicenza, e ti si abbattono addosso  i marosi dell’invidia e della volgarità. Sul finire, credo, degli anni settanta, Vito scrisse una grande opera sul suo santo prediletto: san Nicola, ovviamente con la regia di Marilena Pizzirani (per la cronaca madre di Giandomenico Vaccaio, l’attuale soprintendente alla fondazione Petruzzelli).  Mi chiamò per dirmi che aveva scelto me  per interpretare uno dei marinai protagonisti. Accettai senz’altro, poiché per chi fa questo mestiere è sempre un onore essere scelti da quella specie rara e in via d’estinzione  che sono gli scrittori-gentlemen. Spero lo sia stato  altrettanto  per Te, caro Vito, per tutte  le volte che ho reclamato la tua presenza per  qualche  iniziativa. Sii dunque  sereno, amico mio, e goditi senza patemi la tua splendida terza età. Non sei il solo grande scrittore che meritava di più dalla vita.