Uccio De Santis

Siamo, credo, sul finire degli anni Novanta. Una sera ritornato a casa stanco morto dopo uno sfibrante viaggio di ritorno dal Venezuela, sintonizzo la tele su Canale 5  e in una puntata de “la sai l’ultima?”, zac:  ti ritrovo lui. Bè, ragazzi; non ci crederete, ma non ebbi la benché minima reazione di sorpresa. Uccio De Santis , infatti, è uno di quei tipi che da piccoli anziché  imparare le tabelline o mandare giù la poesiola di Natale da declamare al nonno, studia seriamente e assiduamente come avere successo da grande. La prima volta che ebbi a che fare con lui, fu un pomeriggio dell’ormai lontano 1985, quando Franco De Giglio mi pregò di sottoporre ad un provino il figlio del proprio medico di famiglia, il compianto dottor Ciccio De Santis. Uccio si presentò assieme ai due fratelli Tania ed Emanuele Tartanone. Non persero tempo. Con  vitalità e un pizzico di arroganza giovanile si lanciarono sul palco ed eseguirono in un batter d’occhio i loro numeri. Non ricordo più che combinarono i due fratelli; Uccio si produsse in una (pur riuscita) imitazione di Gianni Ciardo, che non mi lasciò comunque entusiasta: non fosse perché  nella Compagnia non mi serviva alcun clone di quest’ultimo. Liquidai dunque il trio con la promessa che avrei tenuto conto di loro, qualora mi si fosse presentata un’occasione propizia. Cose che si dicono, direte voi; in realtà il ragazzo mi aveva seriamente impressionato, anche se nell’immediato non sapevo davvero come utilizzarlo. Uccio, d’altronde, mi pareva un talentuoso destinato ad altro che a calcare le tavole di un teatro. Come egli stesso mi confermò, egli amava le performance dell’animazione ludica per i bambini, settore in cui credeva moltissimo, e nel quale investiva tutte le sue risorse. In ogni caso, a fronte della mia ritrosia,  il destino era lì che ci stava mettendo una pezza. Qualche mese dopo ricevo una telefonata da Peppino Monteoliveto, il mitico cassiere del teatro Piccinni, il quale a causa di un defaillance di Edoardo De Filippo, mi propone di affittare il teatro per 11 giorni. A quei tempi si facevano contratti per telefono, e un “sì” aveva la pregnanza legale di un atto notarile: accettai, tuffandomi subito in un mare di guai. Si era infatti al due dicembre e per le feste natalizie dovevo allestire una commedia di cui non avevo la più pallida idea. Per fortuna, ad aiutare i capocomici interviene talvolta san Genesio. Dopo due giorni che mi rompevo la testa, mi venne in testa la trasposizione di uno celeberrimo lavoro di Edoardo; ed ecco che scrivendo come un forsennato buttai in due giorni e due notti di fila la cinquantina di cartelle che formano “Natale in casa Petaroscia”.  Non ebbi molta difficoltà a distribuire i ruoli. Il personaggio di Marietta lo affidai a Carla Traversa, subentrata nella compagnia a Mariolina De Fano; la parte del vecchio fu di Franco De Giglio (che ebbe così modo di fare le prove generali di Nonno Ciccio), Diodato e Rosetta furono rispettivamente interpretati da Teodosio e Rosa Barresi. Restava scoperta la parte di Federico, per la quale mi scervellai a lungo, fino a quando non mi sovvenne quel ragazzino tutto pepe. Uccio ebbe dunque il privilegio di esordire con una Compagnia che in un bellissimo teatro pubblico riscuoteva regolarmente il tutto esaurito e con un enorme successo di critica. Tutti, d’altronde, poterono ammirare le sue doti naturali di comicità (esilarante quel “bbuonooo”, che dopo averlo affidato a lui lo sfruttai in una leggendaria pubblicità per Sabino Paulicelli), per un personaggio che,  modestamente,  gli cucii addosso come un sarto cuce un abito di gran gala. Oggi, l’ anima ridanciana del Nostro vola sempre più alta nell’empireo dello spettacolo nostrano e nazionale. Ne siamo sinceramente contenti e persino un tantino orgogliosi. Perche tu sai, caro  il mio scaltro nonché lungimirante Uccio, che consigli utili e provvidi per il tuo futuro il buon Nicola non te li ha mai negati. Siamo anime del Purgatorio, che diamine…