Teodosio Barresi detto ” Dorino “

Per questa importante anima del nostro Purgatorio mi viene il mente il celebre esordio del film “Il Padrino” di Francis Ford Coppola. “Io credo nell’America.” diceva il malinconico omino che si rivolgeva  al boss don Vito Corleone. Ecco: anch’io inizio col dire appunto questo:  Io  credevo e credo in Dorino Barresi. Ci credo per due valide e legittime ragioni: la prima è che egli è stato e rimane per me uno dei più duttili e volenterosi talenti comici con cui abbia avuto a che fare nella mia più che trentennale carriera. La seconda ragione,  è che nella nostre  cavità toraciche, e precisamente in quel punto del mediastino inferiore in cui batte l’aggeggio chiamato cuore, sono sicuro alberga ancora il medesimo sentimento di amicizia. Ventisei anni sono tanti nella vita di un uomo, e tale è stato il periodo che il Nostro ha trascorso nella Compagnia, interpretando i più disparati ruoli: dal forbito e infingardo avvocato Brasciolone ne “La Signora del Cannuolo”, a quello dello stralunato “Dreta Teo” de “U Cazzarizze”.   Ho conosciuto Barresi, come d’altronde spiego parlando a proposito di Franco De Giglio, mentre ero in completa emergenza, per non dire nel panico totale. Con la partenza di Ciardo e Spadaro, la Compagnia era infatti decimata al cinquanta per cento: occorreva pertanto al più presto rimpiazzare quei due pezzi da novanta, e aspettare le reazioni del pubblico. Impresa invero non certo facile, ma qualcosa dentro di me mi diceva che avevo scovato l’uomo giusto: non fosse perché io credo fortemente nella prima, anzi primissima impressione. E Dorino, appunto al primo impatto, mi pareva avesse quel che i  francesi  chiamano “le fisiche du role” : alto e belloccio e dal folto e lucido pelo ramato pareva una sorta di Raimondo Vianello spiegato ai baresi. La prima volta, mi pare al Castello Svevo, l’avevo visto recitare un numero di varietà in coppia con De Giglio, e  mi piacque subito, sembrandomi una spalla ideale, anziché il comico che lui si ostinava a credere di essere. Quando mi ricordai di lui, dopo lo sfascio del “gruppo storico” non sapevo davvero come fare per rintracciarlo: mi aiutò quel nome, Teodosio, così inconsueto dalle nostre parti, e dunque lo beccai spulciando sull’elenco telefonico. Mi rispose che era disponibile a patto che prendessi anche il partner De Giglio. “Io lavoro in coppia”, mi disse. Una frase che apprezzai molto, poiché vi captai un non so che di solidarietà e di lealtà nei confronti dell’amico. Col tempo, imparai ad apprezzare anche l’Uomo oltre all’attore. Pacato, sereno, moderato nei giudizi; era sempre pronto a fare da paciere in una controversia; mai che si pronunciasse in senso malevolo nei confronti di chicchessia. Al contrario di molti di noialtri esponenti del mondo dello spettacolo, era un autentico lavoratore. Nel senso di persona capace di sacrificarsi per dieci-dodici ore al giorno al fine di procacciare non dico il necessario ma persino il superfluo alla  propria famiglia. Solerte impiegato dell’Aquedotto Pugliese, rosicchiava gli straordinari fino al limite dello stremo, faticando  come un mulo e risparmiando fino all’osso, tanto da guadagnarsi quella fama di tirchio che non riuscì comunque mai a scrollarsi di dosso. L’attaccamento al fruscio della carta moneta, lo caratterizzava in maniera ancora più comica della sua, pur notevole verve professionale, portandolo a gareggiare con l’altro incorreggibile “braccino corto” del Purgatorio, ovvero Mariolina De Fano. Bastava che qualche impresario ci invitasse a pranzo, ed ecco che Dorino arrivava azzimato e puntuale come un travet piemontese assieme a moglie, figli, nipoti e non disdegnando talvolta di portarsi appreso cugini di primo e secondo grado. Se invece il convivio era da imputarsi ad una cena di lavoro dove ognuno si sarebbe dovuto pagare il suo, ecco che lo vedevi arrivare per ultimo e con sul volto dipinta un’espressione di intensa sofferenza, subito adducendo che, causa disordini allo stomaco,  al massimo avrebbe ordinato un mezzo panzerotto al forno unito ad un bicchiere di magnesia bisurata. In compenso il suo attaccamento al lavoro, la sua assiduità e puntualità alle prove era leggendaria. Ricordo che una mattina di venerdì, da una stanza del CTO mi arrivò una telefonata concitata di sua moglie: “Dorino è qui ricoverato…” mi disse, “… ieri sera è stato scaraventato in aria con tutta la lambretta..”  Si sa, queste sono notizie che a due giorni dal debutto di una commedia (si trattava di “Fajele”, per la cronaca), mandano letteralmente in tilt un capocomico, il quale oltre al dispiacere per l’amico deve provvedere a disdire lo spettacolo,  avvisare gli attori, preparare il comunicato stampa per i giornali, ecc. Ebbene, mentre ero tutto infervorato in tale alacre attività, ecco che il telefono risquilla. “Nicolaaaaa, sono io; sono Dorinooooo…” Mi sussurra dall’altra parte del filo una voce arrochita e strascicata, quasi  al limite del tombale, “…non ti preoccupare per stasera: io…iooooo ci sarò.”  Bèh, giudicate voi il mio stato d’animo al pensiero di dover reggere l’impatto del pubblico pagante con un attore tutto pesto e ammaccato. La sera del sabato, mi misi in ansiosa attesa davanti all’ingresso del Teatro, figurandomi un Barresi tutto incerottato o magari con qualche braccio fasciato. Ebbene, quasi mi venne un colpo quando lo vidi arrivare su una sedia a rotelle. “ Ma tu sei completamente pazzo…”  gli dissi, “…a voler recitare in queste condizioni..” Ma, lui, si limitò ad  un’alzatina di spalle: “E dov’è il problema? ”Rispose, “Non faccio la parte dello zio d’America? Bene, vorrà dire che lo zio d’America arriva a casa con la sedia a rotelle..”  Ecco, san Genesio, santo patrono degli attori quella sera ci diede una mano strepitosa, perché credo che si trattò di una delle nostre più riuscite performance. Il pubblico, in particolar modo,  seguiva rapito la mimica facciale  di  Barresi, credendo che simulasse smorfie di dolore invece sacrosantamente autentiche. La domenica dopo, al termine della rappresentazione finale della giornata, io fui quasi sopraffatto dalla lacrime per quella che credevo una straordinaria prova di abnegazione. Ma, qualcuno, all’interno della Compagnia mi fece notare che peccavo di eccessiva indulgenza. Dorino, mi dissero quelle voci maligne, ma forse non prive di fondamento, pur di non perdere il cachet delle tre prestazioni del week end, sarebbe venuto a recitare anche se lo avessero appena tirato da sotto uno schiacciasassi.

Ma, queste sono quisquiglie: quello che per me conta sono i momenti, alcuno davvero memorabili, trascorsi con Dorino. Sono sicuro che se anche approdasse a Hollywood e beccasse l’ Oscar,  conserverebbe  sempre un ricordo struggente della nostra attività  teatrale e dei nostri viaggi all’estero, quando dalle miniere del Belgio, alle brulicanti favelas del Venezuela, così come nelle tecnologiche città australiane siamo andati in giro per il mondo a rappresentare la nostra Puglia. In uno di queste tournee all’estero, siamo stati in un compagnia di un uomo che presto salirà gli altari della santità, don Tonino Bello, con il quale abbiamo avuto un indimenticabile incontro in sud America con dei marinai molfettesi. Sono cose, Dorino, che non si possono scordare. Le nostre strade si sono poi divise. Ed è inutile rinvangare i come e i perché, i torti o le ragioni. Abbiamo diviso insieme un quarto di secolo di consensi, di applausi a scena aperta; insomma abbiamo goduto grandi e irripetibili soddisfazioni morali e professionali, il cui coronamento, forse, è simboleggiato dal festival di Berlino del 2000…, quando con il successo strepitoso ottenuto dal film “Lacapagira”, ci mischiarono sul palco assieme a George Cloney, Leonardo Di Caprio, Wim Wenders e altri. Chissà, forse l’aria berlinese ti ha ossigenato in maniera eccessiva i neuroni. Quando interpretasti l’usciere Cafonio, ne “Medici al Capolinea” ti arrise una certa popolarità, che ti vide persino firmare per strada i primi autografi. Ed io, per quanto adesso ti possa sembrare incredibile e strano, ne ero contento. Solo una cosa, ti rimprovero amico mio malgrado tutto. Quando, forse obbedendo a cattivi consigli di qualcuno (o verosimilmente di qualcuna) hai abbandonato la tua Compagnia a quarantott’ore dal debutto. Come sai, abbiamo rimediato all’ultimo momento, come sempre, del resto, riusciamo a fare. Ma se questa rimane pur sempre una macchia, anche a te, come ho detto ad altri, ti raccomando, nonostante tutto, di non fare  del silenzio o del rancore un eterna bandiera.