Silvio Iannone

Considero tutte le mie commedie dei figli legittimi, sangue del mio sangue, cognome del mio cognome. Non scherzo.  E’, accidenti, un “richiamo” molto forte, un vincolo che sento, eccome! Chissà perché succede questo: forse perché sono in fondo  racconti scaturiti dalla fantasia; nascono tra le fibre più recondite del cuore; è insomma qualcosa che mi è molto caro e prezioso; o forse perché le storie, appunto come succede per i figli sono partorite con sforzi notevoli, amorevoli quanto ti pare, ma sempre sforzi sono; i figli, pezzi di cuore, direbbe il compianto Mario Merola.  “Amore a terza vista”, nella fattispecie,  è uno dei miei figli più cari, poiché oggetto di più di una rielaborazione. Regolarmente, quando da un cassetto vedo spuntare questo copione mi sento come Geppetto, a cui preme dare al suo ciocco di legno quel tocco, quella spuntatina che dovrebbe finalmente dare anima al bambino di cui  ha sempre sognato fare il genitore. Ho impiegato l’anima gentile di Sivio Iannone nella parte di Arcangelo in “Amore a terza vista”; si trattava di fargli impersonare  un metallaro  supertecnologico, e il nostro, si premetta, centrava alla grande l’obiettivo, in quanto trattasi di anima cervellotica:  uno con una capoccia grossa così, essendo  ingegnere elettronico prima che attore. Lo chiamai che era ancora uno studente universitario di belle speranze, con delle vaghe prospettive di accedere nel mondo dell’informatica. Quando gli offrii di interpretare il ruolo di mio figlio nella commedia,  sentii dall’altra parte della cornetta una serie di preoccupanti rumori: era caduto dalla motocicletta per l’emozione di essere stato ingaggiato. Lo spettacolo andò al di là di ogni rosea previsione: superammo cioè le 100 repliche, e certamente un pizzico del grande successo ottenuto lo si deve anche alla sua simpaticissima interpretazione. Ah, il buon  Silvietto; ciò che madre natura non gli ha fornito in fatto di altezza, certamente è stato ricompensato come materia grigia.

Attualmente, lavora per una grossa ditta milanese, occupandosi di cose astruse  che mi pare si chiamino database, ma non chiedetemi come si mangiano, perché non sono mai stato bravo in cucina. Insomma, oggi il Nostro è quello che si dice un professionista arrivato, ma io sono convinto, caro Silvio, che ogni qualvolta passi davanti ad un teatro il tuo cuoricino faccia dei capitomboli, o mi sbaglio?