Rocco Servadio

In principio fu il mistero. Per quale arcano motivo non dico un principe del foro, ma un brillante e bravo avvocato certamente di seria A ( oggi è uno stimato e apprezzato giudice di pace) si è accontentato di bazzicare l’ambiente dell’avanspettacolo non come protagonista  ma semplicemente da comparsa di serie C? Può la passione indurre un uomo a preferire l’ambiguo e stregonesco mister Hide al serioso  e professionale dottor Jekill? Si, evidentemente la passione può! Conosco Rocco Servodio da così tanto tempo, ché quasi mi vergogno a dirlo. Bè, diciamo che quando ci siamo visti per la prima volta non solo l’uomo  era ben lungi dallo sbarco sulla luna, ma nientedimeno Berlusconi era ancora uno sconosciuto che cercava di rimediare qualche lira facendo lo chansonnier sulle navi da crociera. Vi basta? Certo che ne è scorsa di acqua laggiù nel canalone, ma ricordo perfettamente quella sera. Ero assieme a Lino Spadaro ospiti di un nostro caro amico dell’epoca: Vito Antonio Corsini, il quale come d’uso a quei tempi remoti aveva organizzato a casa la festa di compleanno con i poveri, meravigliosi mezzi dell’epoca: ossia spostando i mobili per permetterci di fare quattro salti; aveva sistemato sul tavolino del buffet qualche gazzosa, una piattata di taralli, la guantiera dei diplomatici, la bottiglia del rosolio fatto in casa. Quando Rocco ci venne presentato, capimmo subito di avere a che fare con un democristiano di origine super controllata. Il Nostro  era non a caso reduce dal seminario, ma d’altronde lo si capiva subito che era buono come un pandoro dai suoi modi compiti, dal linguaggio composto e controllato. Faceva coppia con la sorellina Giusy (che oggi  siede come onorevole  ai banchi di Montecitorio nelle fila dell’opposizione), altresì timida e altrettanto perbene da raggelare con occhiate torve tutti coloro che osavano tastarne il vitino da vespa nel mentre dal mangiadischi Paul Anka gorgheggiava dolce e sensuale. Ora, sarebbe stato ampiamente  plausibile che due giovani ma adusi abbondantemente al peccato come il sottoscritto e Spadaro avessero snobbato questo ex chierichetto. Invece fummo colpiti da un particolare che ce lo rese immediatamente simpatico: la sua smisurata passione per il teatro. Così, nel mezzo della serata, per fargli piacere ci venne da esibirci nel nostro numero abituale di Gegè e Bebè, nostra interpretazione degli irresistibili fratelli de Rege. Il numero piacque molto al Nostro, che si spellò le mani per gli applausi. Da quella sera ci marcò stretto: intendo dire che si proclamò nostro regista e nostro impresario tout court. Povero Rocco, gli riconosco una pazienza da bove, dato che per non so quanto tempo  ha  cercato di appassionarci alle sue deliranti teorie sulla regia, mentre noi ci slogavamo le mascelle a furia di sbadigli. Infine, dopo anni di tentativi inutili passò dall’estrema prolissità alla sintesi più clamorosa. Sul proscenio, fissandoci con aria grave e assorta si limitava a ricordarci l’età dei personaggi.  “Tu hai esattamente 32 anni” Mi diceva a proposito di Ualine Mezzanotte; oppure: “Hai appena oltrepassata la quarantina” riferendosi a Nanucce u scarpare. Insomma, il suo intervento come art director era minimale, esattamente come noi scavezzacolli desideravamo. Ma d’altronde non lo facevamo per cattiveria o per snobismo. La verità è che  eravamo alla  ricerca perenne di un’idea nuova di teatro (che avremmo poi trovato con Michele Mirabella), e non potevano certo affascinarci le sue teorie obsolete sul teatro romantico inglese o roba del genere. Ma, oltretutto, Rocco si mostrava un infaticabile impresario, procurandoci di continuo spettacoli presso circoli, associazioni, società benemerito di mutuo soccorso, fiere di beneficenze, ecc. Noi, d’impeto pigliavano ogni cosa, e correvano come trottole da una parte e l’altra della città, salvo accorgerci dopo qualche tempo di una pecca. E non era una pecca da poco. Insomma, da quando ci eravamo affidati alle pie mani di Rocco Servodio non si alzava una lira che fosse una. Ma ogni volta che comunicavamo queste lagnanze al Nostro, questi ci somministrava predicozzi sulla bellezza della solidarietà, sull’estremo piacere che si ha nel donarsi gratis al prossimo. Non credo che recitasse in quei momenti, ma a vorrei paradossalmente che fosse proprio così. Se non altro perché si sarebbe dimostrato un grande, autentico attore, visto  che più di una volta a me e Pasquale, che certo non siamo anime delicati, ci toccò cavarci il fazzoletto di tasca per asciugarci una lacrimuccia. Bè, andò a finire che malgrado la somma soddisfazione di servire il prossimo senza badare al soldo, due affamati come noi scelsero di sbarcare il lunario, appoggiandosi ad un altro impresario. Fummo cinici, senza riguardi per il nostro amico? Forse. Ma eravamo di fresco usciti dal dopoguerra. Io e la mia generazione avevamo una fame del diavolo. E in questo ci aiutò il mitico Enzo Zambetta, altra rinomata anima del nostro Purgatorio. In quanto a Rocco, possiamo dirgli senza tema di ipocrisia di volergli bene. Sono onorato di essergli suo amico, malgrado la tempesta degli anni che ci è passata sul groppone. Coraggio, grande Rocco. Non sei assurto ancora agli onori della cronaca come avresti in fondo meritato. Ma fatti animo: il tuo tempo verrà!