Nico Salatino

Salatino, non salato che è altra cosa. Nomen Omen.  Il destino è nel nome, come  davvero si potrebbe sentenziare  a proposito di questa ondivaga, quanto evanescente anima del nostro Purgatorio. Che dirne a proposito? La mia memoria perde di tanto in tanto qualche neurone, ma per certi particolari ha ram  da vendere anche al più forzuto dei Macintosh; ricordo perfettamente di aver veduto la sua faccia, unita a quella di Michele Volpicella, per la prima volta su un manifesto affisso in via De Rossi. Correva il fatidico 1975, ed io ero ancora un rispettabile geometra in forza alla Italcementi, con l’hobby ( e l’amore) del teatro, mentre lui godeva già di una certa notorietà come interprete di farse, nonché cantante di folk nostrano. Sapevo, ma come pura nozione informativa, che aveva litigato di brutto con l’impresario Beppe Stucci, per questioni presumo legate a quell’antico strumento con cui si dilettavano i romani: cioè la lira. Bèh, veduto il manifesto, pensai che avrei potuto benissimo sopravvivere senza conoscerlo quel tizio barbuto e dall’espressione irriverente.  Nell’autunno di quello stesso anno, mi toccò invece di interpretare la parte di “Minguccio l’inventore”: ovvero lo stesso ruolo che il Nostro  aveva ricoperto nella celebre farsa “U Cazzarizze” di Cimarrusti-Ingrosso e credo che si sentì usurpato di un ruolo che si sentiva cucito addosso come una seconda pelle. Un sabato sera, da dietro le quinte  udimmo un certo eccitato brusio levarsi dalla sala. “In prima fila, c’è Nico Salatino”, venne a riferirmi  tutto trafelato uno degli strazzabiglietti, manco se fosse arrivato in Teatro Sir Laurence Olivier in persona. Pensai che Salatino fosse venuto per valutarmi o…per mettermi in difficoltà, perché a pensar male, come dice quella vecchia lana di Andreotti, si fa peccato ma si azzecca quasi sempre. In ogni caso, non me ne curai; feci la mia brava recita, riscuotendo nel finale (mi si perdoni l’immodestia) il solito tripudio di applausi. Quel giorno, per l’occasione, mi intervistava Radio-Spazio, emittente molto in voga a quei tempi. L’inviato era un giovane Franco De Giglio, il quale calato alla grande nel ruolo di speaker underground mi sparò una caterva di domande, arrancando dietro un gigantesco radiomicrofono Sennheiser a transistori. Più tardi, mentre ero in camerino a struccarmi, o meglio mi struccava la nostra bravissima Fara Leva con le sue salviettine emollienti a base di camomilla, entrò Salatino per complimentarsi. Vedendolo finalmente  di persona, fissandolo negli occhi (un po’ inquieti, per la verità) ne ebbi tutto sommato l’impressione di una persona semplice; un tizio alla mano, un collega disponibile. Sono passati quasi sette lustri, e non ho cambiato sostanzialmente idea. Ho  molto stimato Salatino come cantante, arrangiatore, fautore di versi, narratore di storie; altro giudizio serbo invece sulle sue qualità di attore. Ma qui, è anche questione di gusti.  In seguito a quel primo incontro, iniziammo a cementare un’amicizia, imparammo a conoscerci, come dire a sniffare le nostre personalità alquanto differenti, ma pur  unite dalla passione per il vernacolo, il teatro, il contatto con il pubblico. Nico, posso affermarlo senza tema di offesa, è sempre stato come dire: un trapezista in perenne bilico tra le buone intenzioni di un puro d’animo e le smargiassate invereconde  di un sognatore. Ovunque ti vedesse, ovunque ti cercasse per telefono, aveva sempre con se un progetto fantastico da condividere, un copione stratosferico da sottoporti, un prestito (ahimé) impellente da richiederti. Alle volte, in verità, si produceva in sconcertanti scivoloni sul patetico. Una sera arrivò in Teatro, chiedendo espressamente a Ciardo di finirla con l’ostracismo nei suoi confronti, poiché non riusciva più a trovare chi gli affidasse uno straccio di  lavoro a causa delle maldicenze di cui si diceva vittima. Noialtri della Compagnia ci trovammo presenti all’incontro, e credevamo  stesse scherzando, prima di accorgerci della sua reale disperazione di disoccupato.

Con lui ebbi modo di intensificare i rapporti nel ’84, quando ottenuto da Emilio Laricchia l’affitto del Purgatorio per tutta la stagione, mi capitò sovente di lavorare con lui o di cedergli il palcoscenico per attuare le sue performance. Fu in quel periodo che misi a fuoco il suo lato umano, accorgendomi che Ciardo non aveva tutte le ragioni dalle sue, sparlando di un uomo che, a parte gli inevitabili difetti, era sostanzialmente pulito. Ripeto: niente da eccepire sull’uomo, anche se, concludendo con una metafora sulla sua non adamantina affidabilità, vi consiglierei di usare robuste mutandoni di lana grezza (meglio se rinforzata con maglie di filo spinato), ove per ventura vi dovesse capitare di dividere lo stesso letto.  In quanto all’artista (a parte, come già detto, le sue apprezzabili doti di folk-singer), mi pare che si possa concludere il suo ritratto in estrema sintesi (starei a dire con un epitaffio, ma qui sono d’uopo le corna) che abbiamo parlato di uno che ha tentato con tutte le sue forze di divenire un capocomico. E se non vi è riuscito è stato per un semplice, banalissimo motivo: non ne aveva le qualità, nel senso che era troppo un bonaccione per tenere a bada una qualsiasi risma di inverecondi individui, che di solito sono gli attori..