La storia

La nascita del (vero) Purgatorio avvenne, dicono gli storici di fede atea, per il fatto che la Chiesa ha avuto bisogno di quattrini per un restyling alle sempre stremate finanze del Vaticano. Spinto da consimili motivazioni, l’impresario Beppe Stucci, che fu il primo a cui venne in mente di ricavare un teatro dai locali adibiti a   stalle e  che, dai tempi gloriosi di re Franceschiello, erano ubicati in via Pietrocola.  Era questa un’amena viuzza adiacente la grande villa Romanazzi Carducci, elegante edificio con annessi latifondi, sita a nord-ovest di Bari. Si trattava dunque di un  luogo  periferico, ma di indubbio fascino poiché, ancora oggi,  vi insistono il Conservatorio e l’Auditorium e, fino a poco tempo fa, il romantico treno locale diretto sullo Jonio, il cui fischio insistito e languido pare ispirasse al grande Nino Rota le musiche del film “La Strada”.  Il proponimento di Stucci, diciamolo subito, non si rivelò invero facilissimo. Siffatte stalle versavano in un misero stato di abbandono e, non è azzardato supporre, l’atmosfera che vi stagnava non era esattamente all’insegna di chanel n. 5.  Ma è qui che entra in ballo la proverbiale tenacia barese. Come un bravo manzoniano, il buon Stucci si turò il naso e mise mano al portafoglio. “Questo  teatro s’ha da fare!” disse. E lo fece a tutti i costi (si fa per dire).

A proposito, tra le dodici fatiche di Ercole vi era una che riguardava la pulizia di una stalla,  famosissima nella Grecia di allora, per i pestilenziali escrementi che ivi depositavano le bestie. Bèh, l’identico sgomento che afferrò l’eroe greco nell’accingersi all’impresa deve essersi impadronito dei primi operai ingaggiati dal nostro Stucci per ripulire i locali, ormai abbandonati da decenni. Il risultato non fu molto incoraggiante. Stalle erano e stalle continuavano ad apparire. Una sommaria opera di pulizia non era tutto.  Ci voleva, come dire, la mano santa di un progettista, un buon professionista dotato di capacità tecnica e fantasia; come dire un Renzo Piano, spiegato al popolo barese,  che ripensasse e rifacesse  tutto di sana pianta.

 Per la bisogna, l’intraprendente Stucci commissionò un sopralluogo all’interno dei locali di via Pietrocola ad una professionista di grido della Bari-bene di allora: ovvero l’arredatrice-architetto Mariellina Lorusso Cipparoli, nota per la raffinatezza e  l’eleganza dei suoi progetti inerenti il  restauro di immobili. La povera donna rimase però letteralmente di stucco quando l’amico Beppe le confidò di volere ricavare un teatro .  “Ma tu sei matto!” le disse  Mariellina, mezza soffocata dai miasmi, “..questo non potrà mai essere un teatro, e che è qua dentro? Il Purgatorio?!!” Ed ecco che quella frase, buttata lì per caso,  colpisce Stucci così come la folgore colpì san Paolo sulla via di Damasco. “Brava, bravissima”…gridò, abbracciando l’amica che ancora annaspava alla ricerca di una boccata d’aria. “Hai finalmente trovato il nome che cercavo: si chiamerà Teatro Purgatorio!” Erano, e ciò va detto a beneficio degli storici, le 11, 45 del 24 gennaio 1973.

Come dice la famosa canzone di De Andrè? “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”… Convinta, Dio sa come, la recalcitrante Lorusso Cipparoli, Beppe Stucci dunque ottenne  che da un ambiente  scalcinato e maleodorante nascesse  un teatro con tutti i crismi con tanto di foyer, platea a palcoscenico. Ma non bastava ancora. Ora si trattava di dargli, come si dice oggi,  una “mission”. Quello che insomma voleva l’impresario era che il Purgatorio divenisse il “Bagaglino” di Bari, il polo di attrazione insomma, il meglio del meglio del cabaret, del teatro leggero e leggerissimo, il tempio dell’avanguardia, il polo d’attrazione del post-modern. Che ci voleva, in fondo? Bastava ingaggiare artisti famosi e bravi e, voilà, il gioco era fatto.

 Ed in effetti il Purgatorio iniziò  a riempirsi di anime talentuose che, in breve, attrassero il placido pubblico barese poco abituato alle novità. Sbarcarono a Bari e si diressero  in via Pietrocola autentiche star del calibro di Gino Paoli, Enrico Montesano, il Quartetto Cetra, I Gatti di Vicolo Miracoli, Oreste Lionello e tanti altri “mostri sacri” dello spettacolo italiano. La gente applaudiva, stupita di trovarsi al cospetto di cotanti artisti. Stucci, dal canto suo, gongolava…ehm… con riserva, perché il Purgatorio decollava alla grande, ma le famose Star, a furia di pretendere cachet sempre più alti, rischiavano di farlo precipitare dal purgatorio dritto all’inferno. Il Bagaglino, sic stantibus rebus, se voleva sopravvivere doveva ripiegare su artisti nostrani. La scommessa semmai era questa: sarebbero stati capaci i nostri di riscuotere il medesimo successo?

 Beh, la scommessa non era mica tanto da ridere, malgrado si puntasse tutto sulla comicità. Il fatto è che dalle nostre parti il dialetto era ancora parecchio emarginato e, se nella famiglia pur piccolissimo-borghese scappava una frase in vernacolo ecco che rimediavi lo scappellotto dietro il collo.  Il dialetto non è da persone dabbene, ammonivano le brave e oneste massaie degli anni Cinquanta e i padri di famiglia ci mettevano il carico da undici, memori forse di quando a scuola, in nome di quella Roma dei fatali colli, era loro consentito solo di esprimersi nel nobile idioma italico, pena la nerbata dietro la schiena o dieci raduni di fila in qualità di figli della lupa. In effetti, quando noi, spaventati comici pionieri abbozzammo i  primi  monologhi in lingua madre, abbiamo eccome avvertito gli imbarazzati silenzi, i sospiri perplessi, i brusii indignati. Poi, per fortuna, e alla faccia dei “puristi” iniziarono a scrosciare applausi fragorosi e rinfrescanti come temporali in pieno agosto.

 Ebbe dunque buon gioco, il buon Stucci quando arruolò al Purgatorio Nico Salatino e Michele Volpicella. Il loro cabaret, farcito di baresismi,  ebbe un grande successo. Si trattava di una formula nuova: i baresi ridevano dei propri tic, delle proprie manie. La differenza tra l’andare a vedere i grandi artisti del varietà (i Chiari, i Rascel, i Totò, ecc) che, come fuggevoli stelle apparivano al Piccinni o  al Petruzzelli, era che adesso si rideva finalmente nella nostra lingua; la lingua con la quale abbiamo più familiarità al mondo, quella che usiamo quando siamo sbalorditi, meravigliati, arrabbiati, infuriati, innamorati; insomma quella che ci esce dalla gola quando siamo autenticamente noi stessi. Qualche mese dopo il loro debutto, Salatino e Volpicella arruolarono  uno smilzo caratterista,  ex rappresentante di accendini, per un ruolo nella  farsa “ U Cazzarizze” La faccenda cominciava ad andare bene. La gente veniva volentieri a sentire prosa dialettale, anzi cominciava ad abbozzarsi quello che si chiama: successo.

Successo o no, va registrato che, come tutti i luoghi di questo mondo, il teatro  Purgatorio non era esattamente il paradiso. Con passar dei mesi, il consenso del pubblico cominciò ad inebriare troppo l’atmosfera. Tra i tanti pregi, noi baresi abbiamo quello della puntigliosità. Ci teniamo troppo a puntualizzare anche le minime cose. In questo siamo degni discendenti delle scuole filosofiche magnogreche  all’interno delle quali, in onore alla dialettica, gli scolari si accapigliavano in dispute  del tipo: “ciò che è, è” e “ciò che non è, non è”. Salatino e Stucci, parimenti, si sfibravano in lunghe e sfibranti simposi sul tema “Chi sei tu e chi sono io”o, detto alla barese maniera: “ce sì ttù e ce sò ji”, fino a quando, un bel giorno, non raggiunsero la sintesi “hegeliana” mandandosi reciprocamente in quella certa località. La prima compagnia del Purgatorio si sciolse così ingloriosamente e il buon Stucci, con le mani nei radi capelli, iniziò a battere a tappeto il territorio. Urgevano nuovi comici, come dire: the show must go on. Un giorno si presentò in via Pietrocola uno strano terzetto formato da  Nicola Pignataro, Lino Spadaro e Mariolina De Fano. I tre, accompagnati da Rocco Servodio (avvocato con la passione della regia teatrale)  proposero all’impresario un lavoro di Vito De Fano: “Nu màtte fesciute da Vescegghie”. Stucci nicchiò, “Speriamo che vada bene”, disse, facendo gli scongiuri. La commedia andò bene per il primo week end, ma…la settimana successiva, davanti al botteghino, non si formò una coda, ma una ressa, una specie di assalto alla diligenza, una presa del palazzo d’inverno. Masino Colella, l’addetto alla biglietteria, rincasò una di quelle notti con 39 di febbre; Stucci saliva le scale di casa,  cantando a squarciagola “Sentimental” di Vanda Osiris; noialtri new entry, molto più modestamente,  ci stropicciavamo gli occhi nel camerino a furia di controllare dal foro del sipario se il pubblico che aveva fatto per tre giorni quella specie di assalto alla diligenza al botteghino era vero o era solo un sogno. Il paradiso poteva attendere, eccome!

Dopo poco la stessa compagnia mise in scena: “U scarpàre gedezziùse” e il successo, semmai ne fosse possibile, aumentò ancora di più. Il teatro Purgatorio cominciava a diventare punto di riferimento della comicità barese.

Arriviamo sullo sfumare del 1978 e, come è umano che sia, le compagnie si fanno e si disfanno. Lo smilzo caratterista (ahilui) decise di intraprendere una carriera da solista e dunque il quartetto si tramuta in terzetto. Pignataro, De Fano e Spadaro decidono di mettere in scena “Faiele”. E’ l’ennesimo successo, a riprova che il dialetto non solo funzionava alla  grande, ma che era persino possibile, sulla scia della tradizione napoletana, tentare una strada barese alla drammaturgia. Sono gli anni in cui vengono allestiti le commoventi pieces di Vito Maurogiovanni, autore radio televisivo colto e brillante, una delle firme storiche del teatro e della radio locale, sin dai tempi della mitica “Caravella”, rarissimo esempio di cabaret radiofonico in vernacolo. Lavori come “U cafè andìche” e “Aminuamare” parlavano dei sentimenti, delle speranze, dei sogni di riscatto della Bari popolare e strappavano risate frammiste a  lacrime. Ma intanto, il terzetto diventa duetto, avendo Lino Spadaro optato per una forse più lucrosa e tranquilla carriera di assicuratore. Rimangono Nicola e Mariolina, destinati a dar vita ad una coppia memorabile che riscuote consensi in tivù e inizia ad attirare l’attenzione di quotati registi di respiro nazionale.

 Siamo però arrivati al fatidico 1986, e dopo oltre un decennio di frenetica e gratificante attività, il Purgatorio chiude. Stucci infatti si è ritirato, aveva ceduto l’attivita ad un gruppo di validi ed appassionati professionisti di Bari, ma adesso ci  sono problemi strutturali all’edificio e costosissimi  lavori di manutenzione e di restauro che la legge impone di fare. L’unico a crederci, a non mollare è Nicola Pignataro, il quale ad onta di quanti gli consigliano di lasciar perdere, decide di  chiedere la licenza di agibilità  dal comune per continuare all by his self le attività teatrali. Fu un autentico periodo di “passione” per l’attore, caratterizzato,  sin dalla tenera gioventù, da una testa fresca, che in gergo barese significa vivere un po’ bohemien, senza soverchi pensieri.   Infine, a furia di consumarsi le suola su e giù per gli uffici comunali e dopo aver conseguito  la “laurea”  a pieni voti in certificatologia comparata, non solo, ma soprattutto dopo essersi stremato a furia di rilasciare cambialoni a scadenze pericolosamente ravvicinate, il nostro mise il nuovo Purgatorio in condizione di purificare chiunque dal logorio dalla vita e dalla televisione moderna.

Il “new deal”, inaugurato da Nicola Pignataro in veste di direttore artistico e interprete principale, ha superato il trentennio e a tutt’oggi ha prodotto qualcosa come 2000 spettacoli: un autentico record, dunque si può a buon diritto parlare di una delle compagnie più longeve e fortunate del teatro moderno pugliese. Accanto al nome del mattatore si sono succeduti quelli di Franco de Giglio, Teodosio Barresi, Carla e Nicola Traversa, Gianni La Porta, Annalena Cardenio, Ileana Pepe, Giuliano Ciliberti, Claudia Papa e tanti altri. Sono gli anni di indimenticabili lavori come “Frusce de scopa nove”, “Filecenza”, “U dottor Babbìsce”, “Amore a terza vista”, “Crisi Patate e Cozze”, “Il geom Pizzarotti e il Mistero di Punta Perotti”, “La Signora del Cannuolo” “Il mio grosso grasso Priqueco Greco”, Crisi Patate e Cozze ecc. di cui Nicola cura testi, allestimento scenico e regia. Merito di questo ininterrotto successo è il garbo, l’assenza di volgarità e il buon gusto dei testi che fa del teatro di via Pietrocola il luogo ideale per un sano divertimento adatto a grandi e piccini. Non a caso, il Purgatorio è il punto di riferimento preferito per i baresi residenti nelle altre parti d’Italia all’estero, poiché il clima che vi si respira è sempre improntato ad un buonumore che non ha bisogno di ricorrere a parolacce o riferimenti osceni per strappare una lunga e liberatoria risata. F.to:  Il saputone del Teatro