Ileana Pepe

Oh, prima di affrontare il lato propriamente biografico di questa delicata anima muliebre, è necessaria una piccola digressione per spiegarvi cosa è per un capocomico una telefonata “combinazione”, termine un po’ astruso, ma che dalle nostra parti designa una telefonata fortuita, casuale, accidentale, ecc.

Dunque, si dia che il nostro capocomico versi nel più completo ozio, serie pennica post pranzo domenicale o che, al contrario, sia intento ad una febbrile attività (chessò,  magari  è nel box del Teatro a contare il fascio delle cambiali in scadenza) e che  ad un certo punto squilli inopportuno il telefono e che,  un po’ irritato, egli risponda e che dall’altro capo del filo non arrivi invece una mazza di suono.

Bene, egli sta per riporre la cornetta, quando come proveniente da una lontananza astrale inizia a percepire una vocetta appena distinguibile:

– Nicola…- dice la vocetta – ma sei proprio tu?

– Si, sono io – dico io – ma tu chi sei?

– Come non mi riconosci? Sono…

e così al capocomico si presenta l’attore o il costumista o l’elettricista o l’autore o lo strazzabiglietti che non si faceva sentire da un lungo tempo: vuoi il paio di mesi, vuoi l’intermezzo che ci separa dalle guerre puniche.

-Ma che combinazione…- ti dice il chiamante – pensa che scorrevo la rubrica  per mettermi in contatto con il veterinario per la mia cagnetta che soffre di cistite e  zac,  mi capita il tuo nome, bèh, allora ho pensato che gli amici ogni tanto meritano un saluto e…

Ed è così che il povero capocomico viene travolto da una immane valanga di chiacchiere.

Di solito il chiamante si informa per prima cosa sulla tua salute prima di passare in rassegna quella dei tuoi cari, poi degli affini, quindi dei parenti di terzo e quarto grado e man mano a finire alle conoscenze occasionali reciproche. Terminata la disamina sanitaria, inizia quella delle impressioni politiche, economiche, culturali, di gossip, fino alle barzellette triviali, ecc.

Esausto, il capocomico pensa che il chiamante si sia stancato e che quindi si accinga in qualche modo a terminare la conversazione, ma quello nisba, continua a chiacchierare a  passo di carica fino a che, davvero sfinito, il capocomico gli dice che deve chiudere perché le braciole che aveva nel sugo sono diventate due tizzoni e inoltre ha la vescica che sta per scoppiare. Ed è allora che la vocetta del chiamante, un po’ presa dal panico, si affretta a dire che:

– Bèh, Nicola, speravo che fossi tu per primo a propormelo, però vedi, io avevo pensato che se proprio tu ne avessi bisogno, insomma, se davvero lo ritenessi indispensabile, in buona pace: se ritieni che il protrarsi della mia assenza dalla compagnia possa nuocerti, io pur di non dispiacerti, ma sì pur di non rattristarti, sarei disponibile a rientrare nella prossima stagione, se vuoi…ma guarda, adesso che ci penso, per te faccio un sacrificio e sono persino disponibile a mandare all’aria tutti gli impegni presi e, ti giuro, che non so più a chi dare i resti; quindi se vuoi, facciamo che ci vediamo la prossima settimana, anzi tra due giorni, o stasera, cioè no, a mezzogiorno, tra due ore, senti, facciamo tra mezz’ora e sono da te…anzi, vieni ad aprirmi, perché, combinazione, ti sto telefonando davanti alla porta del teatro….

Ecco, questa è quella che si dice una telefonata-combinazione e, se mi son preso la briga di descriverla, è semplicemente per dire che tale tipo di telefonata non centra nulla con la nostra brava Ileana Pepe, la quale al contrario oppose un netto rifiuto la prima volta che le proposi di entrare a far parte dei miei attori.

Stavo allestendo “Il mio Grosso, Grasso Priqueco Greco” e avevo bisogno dell’attrice giovane, come si dice nel nostro gergo, ruolo che non è sempre facile da scovare.

Un mio amico mi disse che conosceva una ragazza sveglia che avrebbe potuto fare al caso mio e ci fissò un appuntamento al bar Moderno.

Era un afoso pomeriggio di scirocco ed io stavo pigramente drenando una Pilsen, quando tra le selva dei tavolini vidi venirmi incontro una giovane donna che indossava un tailleur lampone, con velatissime calze che donavano ad una voglia sulla gamba sinistra un non so che di fascino e glamour.

La fanciulla, niente da dire, si presentò bene, disponendo, oltretutto, di una buona cultura in cui eccelleva una straordinaria conoscenza della storia (e cronistoria) del cinema.

Bene, pensai che la ricerca era terminata e quindi le chiesi, per pura formalità, se fosse disponibile ad entrare nella nostra Compagnia.

Ileana con un sorriso educato rispose di no ed io, un po’ scornato, rimasi al tavolino a drenarmi un’altra Pilsen.

L’avrei rincontrata parecchi mesi dopo sul set di una fiction girata da Michele Ventrella.

Nuovamente e pazientemente, la corteggiai (artisticamente) e stavolta ebbi maggior fortuna, perché finalmente la Nostra accettava.

Bella, brava, esuberante, la sua fu una collaborazione preziosa per diversi anni, interpretò ruoli a volte anche difficili, fino a quando a causa di uno dei tanti banali diverbi che scoppiettano sovente nel nostro ambiente mi comunicò che se ne sarebbe andata.

Fu una partenza che accolsi con vivo dispiacere, ma alla quale non mi opposi, come d’altronde è giusto per un capocomico, il quale si ridurrebbe altrimenti a figura patetica. 

Trascorsero più di due anni ed un giorno ebbi la bellissima sorpresa di una telefonata-combinazione.

– Bentornata, Ileana – le dissi – e, come il padre della figliola prodiga, ne fui felice, tanto che in tuo onore dissi ai servi di preparare la sala a festa, di sgozzare il vitello grasso o perlomeno di prepararti un paio di grissini buoni, visto che in fatto di cibo, è notorio che hai le esigenze di una formica.

Ma come hai fatto, figlia mia, a rivestirti di tanta sana ed esuberante bellezza?