Giuliano Ciliberti

Ah, che piacere occuparmi di quest’ennesima anima tanto onesta e gentile da occupare una nicchia più che dignitosa del nostro empireo purgatoriale. Dunque, partiamo innanzitutto dai primordi come siamo ormai usi a fare. Correva l’anno del Signore 2000 quando mi giunse la telefonata di un capocomico che mi chiedeva di affittargli il teatro per una rassegna bisettimanale di dilettanti. E’ un incombenza non da poco quella di lasciare il Teatro in mano ad estranei. Ma lo faccio di solito molto volentieri pur di poter dare una mano ai giovani. Chiesi al capocomico come si chiamasse e mi sentii rispondere: “Enrico Caruso”; beh, era un nome che prometteva bene. Il gruppo, che si dimostrò subito molto simpatico e affiatato, era composto inoltre da Lisangela Sgobba, Diego Claudio,  due ballerine di cui non ricordo il nome e, naturalmente, il nostro Giuliano. Quando assistetti alle prove, devo dire, rimasi vivamente impressionato dalla bravura di questi ragazzi che avevano messo su un’interessante amalgama di varietà e performance underground; i fondali delle scene era dipinti a colori vivaci, elettrici, aggressivi; ed evocavano figure surreali; un vero e autentico choc per chi è abituato al teatro verista tradizionale. Il Purgatorio, insomma, respirò per quelle due settimane le atmosfere  espressioniste in voga nella Germania degli anni Venti. Anche il loro modo di muoversi sulla scena era davvero inusuale e interessante, tanto che pensai sarebbero accorse masse entusiaste e affamate di teatro sperimentale. Invece con loro e mio grande rammarico il botteghino ebbe davvero poco da fare. Insomma di pubblico, manco l’ombra se non pochi devoti tutti da annoverare, ahimé, tra i parenti e amici dei Nostro. Beh, diciamo che la Enrico Caruso band era davvero in anticipo rispetto ai tempi e a quelle performance a cui ci avrebbero poi abituati i festival di Time Zones, Kismet e altri ritrovi. Di quella compagnia immeritatamente sfigata mi colpì ad ogni modo la verve di Giuliano, il quale rifulgeva tra tutti per eleganza e bravura. Interpretava Ego, un  personaggio davvero singolare e esilarante; ma l’aspetto che mi attrasse particolarmente fu la sua straordinaria virtù canora. Aveva, insomma, quello che  con un po’ di retorica si dice della gente di colore, ossia il “ritmo nel sangue”. Credo di non dire sciocchezze, affermando che la sua grazia, la sua caratteristica levità  derivi proprio dalla sua componente omosessuale, che lungi dall’essere per lui un freno o un inibizione, lo aiuti ad esprimere, al contrario,  tutta una passione e una gioia di vivere umana e artistica. Volli subito ingaggiare il Nostro per i miei spettacoli estivi, durante i quali ha deliziato migliaia di persone con la sua voce. Nel natale del 2003, a causa dell’indisponibilità di Franco De Giglio e Teodosio Barresi, mi venne l’idea di utilizzarlo in “Amore a Terza vista” (rifacimento del mitico Bruttiful), facendogli interpretare il ruolo di Gabriele, il figlio Gay del protagonista. La resa, alla pari di quella come cantante, fu eccezionale. Il Nostro ha dimostrato in entrambi i ruoli  grandi capacità lavorative, assoluta onestà di intenti, precisione e affidabilità. Da qualche tempo, è diventato un personaggio di un certo rilievo pubblico. Sua è stata la direzione artistica del Gay Pride che nel 2003 si è tenuta a Bari, e che tante polemiche ma anche grandi consensi ha mietuto nell’opinione pubblica. Che dirti, che obiettare sulla tua irreprensibile condotta, caro il mio Giuliano? Nella mia ormai ultradecennale carriera ne ho visionati di caratteri. Ti ritengo, tutto sommato, un tipo scaltro, scaltrissimo:   ma nell’accezione più nobile del termine; ovvero uno che ha imparato a dovere come si sta al mondo. Sai una cosa che ti ho sempre invidiato? E’ quella tua possibilità di entrare impunemente nei camerini delle attrici, senza chiedere permesso né bussare. Ma io, che in questo sono un degno nipotino del divo Andreotti, ti dico che a pensar male si fa peccato ma si indovina quasi sempre. O no?