Gianni Laporta

Un capocomico è come il lupo che vaga nella steppa perennemente in cerca di carne fresca.  Dopo le defaillance di Ciardo e Spadaro, e dunque allo sgretolamento  del quartetto storico, fui preso dalla necessità logistica di reperire  facce nuove da inserire nella Compagnia. Per cui, nei momenti liberi, presi dunque l’abitudine di girovagare per tutti i teatrini di Bari in veste di talent scout. Era il 1978 o il 1979; una sera mi ritrovai insieme ad una dozzina di persone nell’angusta platea del club “Pull in Cab”. Non so per quale bizzarria dei miei neuroni ma in quel contesto di noia profonda con relativo sbatacchiamento mascellare ricordo il nome della commedia che si teneva, ossia: “Nardino Copponelli”. Bene, di detta piece ricordo poco, pochissimo; a dire il vero nulla di nulla, se non un giovanotto che muovendosi discretamente sul palco riluceva alla grande rispetto al dilettantismo pressoché perfetto degli altri attori. Trascorse qualche tempo; nell’autunno dell’80, dopo i trionfi di “Fajele”, volevo bissare con un successo se non di pari portata almeno degno della nostra popolarità che, durante quel biennio memorabile, si era enormemente accresciuta in tutto il bacino regionale. Dopo aver riflettuto a lungo, decidi di allestire (nonché di riscrivere almeno per l’80%) un vecchio lavoro di Vito De Fano dal titolo che ho sempre trovato alquanto intrigante: “Na scernàte desgrazziate”. Avevo però un ruolo scoperto, quello dell’ufficiale giudiziario; al che, mi venne in mente di utilizzare il ragazzo pieno di buona volontà  del “Pull in Cab”. Dopo una serie di febbrili ricerche, grazie all’aiuto di Franco De Giglio, riuscii a reperire il Nostro, che subito senza pensarci due volte accettò l’ingaggio. A quei tempi, per le note vicende legate a Ciardo e al suo (effimero e burrascoso) legame professionale con l’impresario Beppe Stucci, il Purgatorio ci era precluso. Facevamo le prove dove capitava. La nostra Compagnia, che riempiva i teatri fino all’inverosimile e faceva parlare di sé tutti gli organi di informazione,  si collaudava a volte  in un modesto monovano o in qualche freddo bugigattolo condominiale. Nella fattispecie il debutto per la commedia era previsto per il due gennaio dell’1981 al teatro Curcio di Barletta. Gianni era stato contattato una decina di giorni prima. Un tempo esiguo, anche per un fior di professionista.  Si può immaginare la sua tensione, anche perché non è che io gli dessi eccessivamente retta. Puntuale come un cronometro svizzero, si presentava tutte le sere, speranzoso di provare il suo ruolo; ma io: nirba! Davo retta  a tutti tranne che a lui. Non so: qualcosa mi diceva che facevo bene a farlo stare sulla corda. Un po’ per celia, un po’ per quel gusto sadico che il mondo dello spettacolo riserva ai neofiti, tutti ci divertivamo a drammatizzare la sera della Prima. In particolare Teodosio Barresi e Mariolina De Fano, con accenti cupi, sottolineavano la ferocia del pubblico nei confronti degli attori impreparati, riportando truculenti racconti di lanci di ortaggi sul palco e insulti ignominiosi. Il buon La Porta, non diceva nulla, limitandosi a lanciarmi occhiate perplesse e allarmate;  e intanto il fatidico due gennaio si avvicinava a passo di carica.  Morale della favola: cominciai a provare con lui il 29 dicembre per finire la vigilia di capodanno. Credo di non aver mai veduto tanta alacrità durante le prove, ma avevo visto giusto, perché Giuseppe De Filippo, il critico teatrale della Gazzetta, scrisse che una scena in particolare lo aveva colpito: una scena di grande  comicità in cui tutto aveva funzionato alla perfezione come negli ingranaggi di un cronometro. Era, guarda caso, la scena in cui il neofita intereagiva con  la De Fano e il sottoscritto. Il ragazzo, alla faccia delle prove esigue, quasi inesistenti, se l’era cavata alla grandissima! Ora, mio buon Gianni, come è mio costume mentre  stilo le biografie delle anime purgatoriali, dovrei evidenziare un tuo tic, un difetto, una mania, ecc. Ma, maledizione, non mi sovviene nulla di nulla, perché ad essere onesti non mi ricordo di te nulla che non sia irreprensibile sotto il profilo della buona educazione, della puntualità sul lavoro, del rispetto verso i colleghi, della assoluta mancanza di vanità, di malizia, di superbia. Oh, ma chi ti credi di essere? Il Garrone del libro “Cuore”?  No, così non va: una mancanza, una lacuna, una deficienza, che diamine! Ah, e per giunta dimenticavo che oltre ad essere quel bravissimo caratterista che sei, mi dai regolarmente e spassionatamente una mano (santa, figurati) per le scenografie. E mai una volta che ti abbia sentito protestare, mai un mugugno, nulla di nulla!! Eh no, caro Gianni, non  puoi essere così perbene; ma non vergogni nemmeno un poco?