Franco De Giglio

In principio era il cappuccino. Quest’anima fraterna e gentile, che non a caso racchiude nel  cognome quel giglio simbolo di purezza e candore, iniziò la sua carriera coprendo un tipico ruolo da commedia: ovvero l’umile, scanzonato e irriverente garzoncello del bar. E come tutti i personaggi da commedia, dietro la facciata del divertimento e della risata, anche il Nostro rimuginava e sognava sotto sotto l’utopia di un mondo migliore; di un mondo più giusto verso le classi  meno abbienti; più incline, insomma, alla trasgressione, ai cambi di ruolo. A pensarci bene, è un’istanza morale, un’esigenza di riscatto che proprio i guitti, i comici, i ruoli apparentemente leggeri e spensierati sentono  di dover comunicare agli altri personaggi (e quindi al pubblico); e non sarà una coincidenza che quasi sempre una farsa si conclude con una scena finale collettiva, in cui compaiono tutti, ma proprio tutti.  Fare il barman non è esattamente il massimo. A Franco l’adrenalina cantava nel sangue al ritmo di cinque ottavi, già in tenerissima età. Non a caso, appena compiuto i tredici anni, e come un piccolo principe povero preso da astratti furori, decise di dare una svolta alla sua vita:  trasferirsi a Milano. La vita è una roulette: lui decise che la pallina avrebbe ruotato per lui nelle vie e nelle piazze del capoluogo lombardo, che in quegli anni stava giusto assaporando i tempi dinamici e febbrili del boom economico. Oggi, che è facile leggere nelle lettere ai giornali frasi di questo tipo: “sono un giovane di 42 anni, e vi scrivo ecc.”; si fa molta fatica a credere che un ragazzino coi calzoni corti, la pettinatura con la sfumatura alta  e quattro soldarelli in tasca potesse affrontare la vita, badando e bastando a sé stesso. Franchino, da bravo terrunciello, seguì nondimeno la trafila classica dell’emigrante: arrivo a Porta Garibaldi, l’angoscia che ti comunica la metropoli indaffarata e indifferente, gli androni bui ed equivoci delle pensioni economiche, i pasti ultradieteci a base di striminziti tramezzini e cartocci di noccioline, le telefonate convulse ai parenti, le scarpinate di chilometri e chilometri per risparmiare i soldi del bus; quindi il lavoruccio rimediato grazie alla benevola intercessione di altri terruncielli: per la prima volta, ma solo dopo che si è fatto un mazzo quanto una capanna, gli ballonzolano in saccoccia dei fogli da mille lire, oltre agli spiccioli delle mance. Ed è allora che il piccolo garzoncello si sente come inebriato dalla grande città; la  dolce madunina del duomo pare sorridergli protettiva; i brambilla che gli frusciano accanto diventano meno antipatici, meno scostanti. E a viverla bene, per la miseria, Milano è una città che offre una miriade di possibilità a chi coltiva una vena artistica. A Franco piace il gorgheggio romantico e discreto alla Umberto Bindi, alla Bruno Martino; però adora anche e sopratutto i ritmi nuovi: il rock and roll di Elvis Presley e di  Billy Haley, e  poi quel quartetto zazzeruto di Liverpool che sta spopolando in tutta Europa con la loro musica che è un curioso e accattivante  mix di folk, blues e di classica: i Beatles. Dal punto di vista musicale, sono anni meravigliosamente attivi per Milano: tra i cento e cento locali della città dove il piccolo barese, ormai giovincello e rodato alla vita bohemien,  si ritrovava nelle ore notturne a spillare una pilsen o un ramazzotti con gli amici, capitava di vedere salire sul palchetto un tale Adriano Celentano, o un talaltro Giorgio Gaber; quindi i vari Jannacci, Vecchioni, don Backy, Ornella Vanoni e tanti altri. Tra i primi risparmi c’e spazio per acquistare una chitarra: ed ecco che le ore libere dal lavoro si trasformano in una febbrile corsa ad imparare gli accordi, la pennata giusta ; soprattutto a curare la voce, che non è male; bisogna solo limare una certa immaturità, quella greve inflessione pugliese. A furia di strimpellare nelle osterie, qualcuno comincia ad accorgesi di lui: gli propongono di fare il cantante. Il nome del gruppo, gli Squali, lascia presagire una certa aggressività, un cipiglio musicale che esprimeva bene quegli anni di rottura con il repertorio dei Tajoli o dei Villa col loro bagaglio di  mamme, dolci dirimpettaie e cuori infranti. Erano i fatidici happy days degli anni sessanta: i lunghi capelli castani col ciuffo tirabaci, i baffi spioventi alla “Antoine”, l’occhio lucido e ammaliatore del latin lover, Franco si scatenava al microfono con “Pregherò” o “Non c’è più niente da fare”; ma anche con gli irresistibili “Me to the moon”, o “Sgt. Pepper Lonely Hearts”. Gli Squali continuavano a guazzare nelle torbide acque di quella Milano Underground in cerca di quel “quid”, di quell’imponderabile colpo di fortuna, quel guizzo che però non arrivò mai. Così, senza nemmeno sapere se fosse a causa della nostalgia, o dell’ineluttabile  bisogno che hanno gli uomini di obbedire al proprio destino, un bel giorno il Nostro si ritrovò sul treno del ritorno. Quando l’ho conosciuto in quella primavera del 197…, era un rispettabile autista di pulman (la cui incredibile precisione nel parcheggiare i mezzi era ormai una sorta di leggenda metropolitana tranviaria), che coltivava nel tempo libero la passione per le prime  radio libere, unitamente a dei numeri di varietà che teneva  insieme a Teodosio Barresi, altra anima parimenti destinata a calcare le tavole del Purgatorio. Non me ne voglia, ma il buon Franco non mi fece una gran impressione quando lo vidi la prima volta. Venne a trovarmi in camerino  in qualità di inviato di una radio libera; “Radio Spazio”: mi parve il classico frekkettone, come si diceva a quei tempi; non gli badai molto: avevo appena esordito col “Cazzarizze”, che a quei tempi mandava letteralmente in visibilio il pubblico. Dovetti però avere a che fare con lui, l’anno seguente, quando in seguito alle note vicende il quartetto storico si separò, e il sottoscritto dovette darsi un mucchio da fare per sostituire Ciardo (promosso da Stucci a direttore artistico del Teatro) e Lino Spadaro. Insomma, d’intesa con Mariolina De Fano cercavo una spalla degna dei due nomi succitati; compito certo non facile. Ma tant’è, Franco  venne in seguito a trovarmi proponendosi come spalla, proprio  al posto di Ciardo; ed io, essere sinceri, annuii, ma io ero più interessato a Barresi, i cui tempi comici mi avevano favorevolmente impressionato, mentre lui mi pareva un tantino immaturo, incompleto, forse perché gli difettava l’assoluta mancanza di esperienza nell’avanspettacolo. Andava dunque rodato e monitorato a dovere. Ma intanto i tempi erano stretti, e facemmo le prove de “U Cazzarizze” a casa mia; in mancanza di una sede; pur accorgendomi con sollievo di non avere a che fare con due schiappe ma con due attori coi i controfiocchi, ero sempre in ansia per il debutto. Questo, grazie a Arricò e Camero,   due master impresari che ci avevano ingaggiato, avvenne al teatro Mercadante di Altamura. Ricordo che quella sera arrivammo trovammo una folla piuttosto nervosa che attendeva davanti al botteghino. Io dal canto mio deplorai che, ormai alle 20 suonate,  non si fosse ancora aperto il teatro; senonché, con nostra grande sorpresa il pubblico era già dentro, e stipato fino all’inverosimile: quelli rimasti fuori erano coloro che non avevano fatto in tempio ad acquistare il biglietto e ora protestavano indignati.

La Prima, malgrado ogni mio timore, andò alla grande, e il pubblico pagante non si accorse nemmeno che il gruppo storico era stato falcidiato del cinquanta per cento. Da quel lontano 1979 sono trascorsi esattamente trent’anni. Franco De Giglio è rimasto accanto a me, rivelandosi non solo un caro, carissimo amico; ma anche il collaboratore ideale che ogni capocomico sogna di avere. Già, perché Franco a differenza di molti che fanno l’attore come un qualsiasi altro lavoro, è uno a cui sta a cuore la scene a la rappresentazione nel senso pieno del termine; quindi sono magari capaci di rivoltare la città come un calzino per trovare un costume adatto, il mobiletto indispensabile per riempire l’angolo, lo spot con quella particolare luce adatta alla scene. Insomma, un elemento prezioso, insostituibile. Un’anima che ha il primato di  non aver mai abbandonato la gloria del Purgatorio, salvo la parentesi come nonno Ciccio nell’avventura (finita poi ingloriosamente) con Emanuele De Nicolò. Per i veri artisti, per gli autentici amici non occorrono tanti giri di parole ché poi ci scappa da ridere. Grazie, Franco. Per esserci stato e per esserci. Come e quanto il Padreterno vorrà.