Annalena Cardenio

CARDENIO Annalena

(raccontata da me, ma con la voce di lei medesima)

Tanto è il coinvolgimento emotivo dovuto all’amicizia  ultra ventennale che mi incute quest’anima, che sarei tentato di scriverne in terza persona per restarne un po’ più neutro e distaccato; ma anche a tale livello narrativo sento che il punto di vista non sarebbe del tutto obiettivo. Per cui taglio la testa al toro e faccio parlare la diretta interessata, scusandomi sin d’ora se mi sono permesso di interpretare qualche sua intima emozione. Certo non è facile entrare nei panni di una donna, ma mi ci proverò. Come posso iniziare? Vediamo… certo una mica può iniziare dicendo che ho visto per la prima volta Nicola Pignataro su un carro di carnevale….  Oppure si? E allora comincia a raccontare… e dai! Che c’è di male, vedrai che verrà bene. Brava, così. Azione!

Il mio nome è Annalena Cardenio, ho visto per la prima volta Nicola Pignataro a Bitetto,  durante una festa di carnevale. Ero poco più di una bambina; sto quindi parlando di… un po’ di tempo fa (una signora non fa mai capire l’età, che diamine). Invitato dall’amministrazione comunale – lui – era stato sistemato assieme a Mariolina De Fano a bordo di un carro addobbato a  fiori e lustrini che doveva attraversare tutto  Corso Beato Giacomo, tra due ali festanti di gente. Da giorni i manifesti affissi ai muri riportavano i loro nomi a caratteri cubitali, e noi bitettesi eravamo un tantino orgogliosi dell’evento, poiché a quei tempi la coppia Pignataro-DeFano era al massimo della popolarità. Quando mi sfilarono accanto confesso che fui come presa da un’ esaltazione mistica tanto che stavo per genuflettermi e farmi il segno della croce. Dall’alto del carro lui inconsapevolmente mi sorrise, ed io mi sentii consacrata da un benevolo dio Pan, tanto mi appariva alto, bello e celebre. I suoi folti baffi ardesia sfavillavano per contrasto nelle opalescenze delle luminarie e io fui molto contenta. Il giorno dopo a scuola mi sarei vantata con le amiche che ero stata vis-à-vis con il famoso attore barese. Nacque quella sera  il ghiribizzo che da grande avrei potuto calcare le tavole del palcoscenico? Forse. E’ certo che quel ghiribizzo crebbe con me negli anni a venire sino a trasformarsi in una passione vera e propria. Talora mi capitava di parlarne con mia madre, ma lei si incupiva alla sola remota ipotesi che io potessi avere a che fare con gente dello spettacolo. Apparentemente possibilista appariva mio padre, comandante della locale stazione dei carabinieri che, da buon salentino, sfoggiava il suo pessimismo amaro invitandomi  a mettere da parte i sogni e pensare innanzitutto a  studiare: “A stu munnu..- mi diceva -..nu hai gnenti se nu lu tiri cu lli denti” (a questo mondo non hai niente se non lo tiri con i denti).  Ed io, pur studiando diligentemente Dante e gli isotopi e le equazioni, innaffiavo la mia segreta piantina giorno dopo giorno. Nell’età in cui cominciavo a riporre nel baule le Barbie e le calze con i bon bon, sognavo di recitare qualcosa di meglio che non i  melensi ruoli delle recite scolastiche. Ma non abitavo certo al Greenwich Village. Bitetto, con tutto che era il  mio rassicurante paese disteso sulle pendici delle Murge (come nella canzone),  come un vecchio addormentato, cominciava a starmi stretto. Nei fine settimana, quando potevo,  sgattaiolavo in pullman con i miei amici sino a Bari per divorarmi i film cult dei miei anni Ottanta: “Il tempo delle mele”, “ET” o “The blues brothers”. Il teatro mi attraeva molto, ma era quasi off-limits per le nostre finanze. Ci si divertiva alla buona a quei tempi: appartengo ad una generazione che misteriosamente è riuscita a sopravvivere facendo a meno di Internet e di Google, dei telefonini, delle playstation e delle isole dei famosi. Un giorno una mia amica mi confidò che al Barium facevano dei provini per una commedia in vernacolo. Mi ci recai senza indugio. Si trattava de “U augurie de la Casa” di Franco De Giglio. Dapprima ebbi  un’accoglienza un po’ freddina, poiché dichiarai subito di non parlare manco una sillaba in barese. Tenendo però fede  alla testardaggine del segno zodiacale dello scorpione, cercai di recitare nel migliore dei modi il ruolo da svampita che mi si chiedeva; in una scena era previsto un ruolo di ragazza bella, ed io bellina lo ero veramente, almeno così mi sembrava di capire dagli sguardi dei miei coetanei di Bitetto. Qualcuno scambiò la gaiezza dei miei diciotto anni, per una condotta disinibita. Beh, quel qualcuno si sbagliava di grosso.  Dovetti però faticare parecchio per respingere i cicisbei che a partire da quel primo giorno mi invitavano a visionare la  solita collezione di farfalle. Ero molto giovane, ma molto determinata e risoluta a tentare seriamente e con onestà la strada del palcoscenico. Una sera, con mia grande emozione, seppi che in prima fila era seduto Nicola Pignataro, questo fu per me come una specie di gioioso deja-vù. Ma con una differenza fondamentale. Stavolta sul carro vi ero io. Quando arrivò il mio turno ci misi del mio meglio per sembrare credibile, ma forse esagerai nella recitazione, di questo me ne resi conto abbastanza al punto di credere che la serata fosse stata un fallimento, invece Nicola volle complimentarsi con me. Fu molto carino e gentile, allora non lo sapevo ancora che sarebbe diventato uno dei miei amici più cari, un autentico fratello maggiore. Ma ad ogni buon conto, gli feci subito capire, a scanso di equivoci, che consideravo i suoi apprezzamenti esclusivamente sotto il piano della professionalità. Lui parve guardarmi sorpreso e facendo spiovere i baffoni su una faccia contrita, da quell’incorreggibile buontempone che è, mi chiese: “Perché sei così sulla difensiva?” Ed io, risoluta, risposi: “Perché da quando faccio teatro sto capendo che in ogni attore maschio sonnecchia un porcellino”. E lui parve seriamente considerare la profondità concettuale della mia risposta. “Hai perfettamente ragione, ma per quanto riguarda me davvero ti sbagli”..al ché lo guardai, confesso, un po’ stupita. “Dici davvero?”, ribadii e lui, sommergendomi in una delle sue famose risate, soggiunse: “…dico davvero”. Su questa battuta fu suggellata la nostra amicizia e fra noi sin da allora c’è stata sempre spontaneità e chiarezza. Però, dopo quel simpatico siparietto non lo rividi per un circa un anno. Continuavo, devo dire un po’ stancamente, le rappresentazioni al Barium. Qualcosa non andava ed era facile capire cosa: il consenso del pubblico. La folla applaudiva, come è ovvio, i protagonisti e riservava agli attori, cosiddetti, di secondo piano solo sorrisini ed applausi di convenienza, quasi impercettibili. Sentivo che non era quello il mio ruolo nel mondo dello spettacolo, ma che dovevo fare? Si andava avanti. Qualche mese dopo, mi contattò la Compagnia Tiberio Fiorilli, subito pensai di toccare il cielo con un dito. Invece, constatai con dolore che si trattava della solita solfa. Mi cucivano addosso i soliti ruoli.   Così, a furia di sognare ad occhi aperti, stavo per prendere la decisione di mandare all’inferno l’arte di Menandro e rassegnarmi ad un tranquillo impiego da ragioniera, quando una sera, mentre  nel mentre facevo  shopping su corso Cavour, rincontro Nicola, che se ne andava  a passeggio con  Franco De Giglio. Parafrasando Baudelaire potrei dire che l’attrice sceglie il capocomico che la sceglierà. Nell’ambiente rarefatto e comunque circoscritto del teatro nostrano,  si sa tutto di tutti. Nicola pensava di farmi una sorpresa, ma io sapevo benissimo che era in cerca di un’attrice. Ma mi spiazzò comunque, lasciandomi senza fiato quando mi disse che, nel caso avessi superato il provino, avrei dovuto recitare ne “La scernàte desgrazziate” al Teatro Piccinni. Il teatro Piccinni?!! “Dio mio! – pensai – e mo?”. Con studiata nonchalance chiesi quanto tempo avevo a disposizione per imparare la mia parte. Lui con noncuranza guardò chissà perché l’orologio. “Beh, siamo appena al dodici dicembre..- disse – il debutto è il giorno di Natale, quindi abbiamo un mucchio di tempo a disposizione, tredici giorni, che ci vuole.” Io assentii, sorridendo, ma preoccupata all’inverosimile e sentii cedermi letteralmente  le ginocchia. Avevo capito bene: dovevo imparare la parte in un tempo così risicato, ma avrei recitato al Piccinni?  Facevo l’indifferente, fingendo di essere interessata alle vetrine, ma ogni tre secondi guardavo di sottecchi il mio Dio baffuto. E questi, come se nulla fosse, zigzagava tra i passanti, spiegandomi ad alta voce come mi sarei dovuta muovere in scena e come avrei potuto nascondere il fatto che non sapessi assolutamente parlare il dialetto barese, dato che la mia origine è salentina. Nicola mi rassicurò dicendomi che il mio ruolo era assolutamente privo di cadenze dialettali e parole volgari. Bene. Il bello però doveva ancora succedere. Il diciotto dicembre, a meno di una settimana dalla Prima, Nicola riceve una drammatica telefonata da una stanza del Centro Traumatologico Ospedaliero: Antonella Genga, la prima attrice, per un incidente si era fratturato un femore. Bèh, credo che sarebbe stato normale, per qualsiasi capocomico, a quel punto mandare all’aria tutto, invece Nicola, non so con quale forza d’animo, riesce a scovare un’altra, già famosa, prima attrice, alla quale impone di imparare la parte di Antonella a tamburo battente. Alle perplessità di questa, lui cercò di rassicurala dicendole che in caso di defaillance mnemonica sarebbe stata aiutata dal resto della Compagnia. Ovviamente, anch’io avrei dovuto eventualmente soccorrere la malcapitata, porgendole la battuta da dietro le quinte. Era veramente troppo per una povera debuttante. La sera della “prima” ero tesissima e, confesso, mi pentii svariate volte di essere stata così leggera da accettare. Mi vennero gli incubi: dal loggione e dalla platea mi avrebbero bersagliata con carichi di verdura e frutta marcia, i giornali  mi avrebbero stroncata  con titoli ingiuriosi  a otto colonne, in poche parole ero nei guai. Vedendo che fissavo con gli occhi sbarrati il copione, Nicola tentava qualche spiritosaggine per cercare di alzarmi il morale, ma io non gli davo retta e ripetevo tra me frasi sconnesse, tanto che lui cominciò ad assumere un’aria davvero preoccupata. La sera della Prima ero letteralmente funerea e, gettando nel panico i compagni,  accusai un blocco mentale che non mi faceva letteralmente ricordare un acca di cosa dovevo dire e fare. Qualcosa però scattò in me  quando sbirciai dietro la tenda e vidi la marea delle persone che gremiva il teatro. Non so come vanno certi meccanismi della mente. Credo che recitai la mia parte inconsapevole, come se avessi innestato il pilota automatico. Non mi resi conto di nulla. Neanche  nel momento in cui, ultima, fui chiamata sul palco a riscuotere la mia parte di applausi. Quando  Nicola mi raggiunse in camerino lo guardai con i lucciconi. Dissi: “Mi dispiace” e lui, aggrottando i baffi per lo stupore, rispose: “Ti dispiace di che? Sei stata grande – soggiunse – ma lo sai che in certi momenti mi sembravi Giuliana Lojodice?”

L’anno dopo quel primo vertiginoso debutto, recitai in un’altra esilarante commedia di Nicola: “Colino Cocò. La mia compagnia era ormai quella del glorioso teatro Purgatorio, uno dei templi più acclamati dell’avanspettacolo. Negli anni a venire avrei avuto il ruolo di attrice giovane, malgrado qualche resistenza della prima donna, con la quale comunque ho sempre mantenuto un buon rapporto. Intorno al duemila, però arrivò anche per me  il tempo della fatidica scelta e, dunque, scelsi il matrimonio e la figlia che lo allietò subito. Nicola ci restò male, ma anche in quell’occasione si dimostrò un fratello, ingiungendomi di ritornare subito nel momento in cui avessi svezzato la pupa. Alla pupa invece seguì un pupo, quindi la mia assenza si protrasse al punto che mai avrei creduto di ritornare a calcare le scene. Invece, un bel giorno, mentre ero tutta intenta a far studiare i bambini, Nicola mi chiama al telefono e con la sua solita aria noncurante mi chiede se me la sento di debuttare come protagonista in “Marietta la Coppunista”. Anche stavolta mi lasciò annichilita. Ora, se avessi voluto, sarei potuta salire io sul famoso carro accanto a lui. Che dire? Sono trascorsi quasi dieci anni da quando lavoriamo stabilmente insieme. Ho avuto molte soddisfazioni come attrice. Ho ricoperto con emozione il ruolo che fu di Mariolina De Fano in “Gaytano”, io protagonista, sono stata prima attrice ne “La signora del Cannuolo” che ha avuto uno straripante successo. Dopo non mi è mancata la soddisfazione di recitare da prima attrice proprio ne “Na scernata desgrazziate”, che tanta paura mi aveva messo addosso al mio debutto nel teatro Piccinni, lasciando ad altri il mio primario ruolo di attrice giovane. E poi è venuto il meglio: Il geometra Pizzarotti e il mistero di punta Perotti, L’enigma degli Omega tre, Un Amore a Terza Vista (forse quella che amo più di tutte) Ce razze de Chembàgne, Il complotto del Cappotto, Cozza Mario e tante altre ancora, fino agli ultimi successi: Pensavo fosse amore invece era Calecchie e Ultimo Tango a Japigia. Mi sono vista in primo piano su tanti cartelloni pubblicitari….ora sono un’attrice fortunata. Lo sono perché quando la gente mi rivolge gli applausi, caro Nicola, lo vedo dai tuoi occhi che sei felice. Il successo per un’attrice è merce rara, ma un’autentica e sincera amicizia lo è ancora di più.