Gianni Colajemma

Ci sono anime che nel nostro Teatro hanno fatto solo fugaci apparizioni, ma non per questo va loro negato il giusto encomio. Non mi sovviene l’anno in cui ho visto Colajemma per la prima volta, ma si era d’estate, questo lo ricordo bene; il Nostro recitava con Rita Binetti in via Sparano qualcosa in vernacolo; rimasi per un po’ a guardarlo, poi dirottai in direzione sud-ovest verso Nderr-a-lanze per un aperitivo a base di ricci, pane fresco e una mezza tinozza di gelida Dreheer, perché ad essere sinceri non è che la performance del Nostro mi facesse sbellicare dalle risate. Questo, sia detto subito per inciso, non implica alcun giudizio negativo. Reputo Gianni, al contrario, un bravo e duttile attore. Solo, come dire, credo che la piazza non faccia per lui: nel senso che egli dà il meglio di sé  interpretando un testo, o comunque restando all’interno di un copione. Improvvisare nel nostro mestiere non è faccenda semplice. Occorre prontezza, adattabilità,  persino una certa dose di cattiveria per affrontare gli umori del feroce pubblico della strada; doti che difettano in verità al tranquillo e un po’ timido Colajemma. Ad ogni modo, ebbi modo di apprezzare le sue indiscutibili virtù drammaturgiche  in “Sanghe, amòre e contrabbànne” di Vito Maurogiovanni. Gravitò per un certo periodo nel nostro Teatro, nel periodo in cui vigendo la direzione artistica di Ciardo, voluta da Emilio Laricchia, si tentava di mettere in scena qualcosa di decente. Dopo il naufragio di questa iniziativa, Colajemma pensò bene, d’intesa con Mino Barbarese, di fondare una propria Compagnia, fondando il teatro “Barium”, che fu ricavato da una ex discoteca situata a nemmeno duecento metri dal Purgatorio. In questa sede ebbi modo di ammirarlo in “Lillo, parrucchiere per signora”. Che altro dire? Rispettando i canoni di una  natura così riservata e appartata, comprendi che fai meglio se chiudi e Taci. Quindi, saluti e Baci.