Gianni Ciardo

Ho conosciuto Ciardo nell’inverno del 1976, presso lo studio del regista Rocco Servodio; doveva sottoporsi ad un provino riguardante  la lettura di alcuni passi de “U cazzarìzze”, la celebre e collaudata farsa di Cimarrusti e Ingrosso. Oltre a me e all’amico Lino Spadaro, c’era anche Beppe Stucci, il nostro impresario, in quel periodo  ansiosamente alla ricerca di un sostituto di Nico Salatino con il quale aveva litigato. Il Nostro si presentò come un giovane educato, dai modi un po’ impacciati, gli occhioni celesti sgranati, lo sguardo perennemente attonito di chi fatica ad afferrare i concetti. Sbarcava il lunario come rappresentante di accendini, di cui si considerava un esperto di chiara fama; ci disse della sua passione per la recitazione e per la musica. Ad essere sinceri, durante quei primi minuti non suscitò grandi impressioni. La scintilla, semmai, scoccò circa un quarto d’ora dopo, nell’attimo in cui, copione alla mano,  iniziò a leggere, e in particolare a recitare il seguente passo: “… Anco perché jà scij achiùte la vecciarì!” (anche perché devo andare a chiudere la macelleria). Questa frase secca e concisa, fu recitata assieme al resto nel modo giusto: esprimendo cioè una vis comica che, malgrado alcune spigolature fonetiche, prometteva bene. Ciardo fu dunque reclutato senz’altro nella Compagnia. Oggi mi fa persino un certo  effetto dirlo, ma nei giorni seguenti, quando iniziammo a frequentarci abitualmente, nacque tra noi una simpatia umana che aveva tutta l’aria di volersi trasformare in un’ amicizia sincera e disinteressata. Si tenga presente che a quei tempi ero ancora in forza come geometra all’Italcementi, dove guadagnavo abbastanza bene; il teatro era insomma una grande passione che mi trascinavo da bambino, ma non mi era affatto essenziale per vivere. Gli applausi, gli autografi, le manifestazioni d’affetto che la gente ti tributava per strada, le centinaia di incontri con i personaggi più disparati, costituivano il vero compenso, il naturale corollario di quella passione. Recitavo, insomma, perché davo sfogo alle mie due principali attitudini: il bisogno di raccontare, ossia di  recitare, e quello di solidarizzare, di farmi complice il mio prossimo.   Il diciannove marzo dello stesso anno debuttammo in Teatro con l’atto unico “U scarpàre gedezziuse” . Nel secondo tempo, dedicato al cabaret,  Spadaro ed io ci mimetizzammo tra il pubblico per osservarne le reazioni: tutti in effetti si sganasciavano dalle risate di fronte alla performance di Ciardo. Capimmo che quel tipo allampanato, dotato di quella surreale parlantina tesa ad italianizzare il dialetto sì da crearne effetti esilaranti,  sarebbe ben preso entrato a far parte del firmamento delle star nostrane.   Decidemmo pertanto di marcarlo stretto, di sfruttarne al meglio le caratteristiche: senza che ce ne accorgessimo ci improvvisammo suoi autori. Una sera ci fece sentire una composizione che da molto tempo aveva nel cassetto. Si trattava di “Pasquina”. Dopo averlo udito, io e Lino congetturammo  che poteva essere un’ottima base per un irresistibile strip tease di Mariolina De Fano. Se gli effetti in palcoscenico furono irresistibili,  i risultati in termini commerciali furono a dir poco fantastici. “Pasquina” divenne un autentico best sellers con oltre cinquantunomila dischi venduti, senza contare i gettoni infilati nei juke bok di tutte le spiagge della Puglia intera.  E intanto in teatro andavamo alla grande. Posso dire, senza falsa modestia, che eravamo un quartetto senza tema di confronti. Il botteghino del Purgatorio visse tempi di vacche talmente grasse che spesso, per convincere il pubblico furente rimasto fuori senza biglietto, era necessario chiamare la polizia. Le cose, dunque, parevano andare per il verso giusto; eppure sentivo che qualcosa non andava. Malgrado le grandi attestazioni di stima e simpatia, vi era difatti un tarlo che aveva già da parecchio tempo iniziato a rodere le fibre di ciò che credevamo un’armonia consolidata. Io quel tarlo lo sentivo. Eccome. Un primo tangibile segnale, d’altronde, lo avevo già notato: Ciardo pretese e ottenne da Stucci un cachet superiore al nostro. Ciò, poteva anche suscitare fastidio, ma io e gli altri decidemmo di fregarcene. Capimmo che per lui, più che una pura necessità finanziaria,  si trattava di una fissa, un bisogno psicologico. L’uomo, lo avrei capito meglio più tardi, era fatto così. Durante una fiera del levante,  ricordo che io e Lino lo vedemmo in un padiglione attorniato da suoi ammiratori. Vedendoci arrivare, ci salutò a malapena, mentre imperterrito continuava a firmare autografi. Capimmo che il suo ego stava montando, e che ben preso ci sarebbero state novità. Tuttavia, malgrado le avvisaglie, il gruppo continuava a funzionare e non vi era ragione per covare malanimo. Almeno dalle nostre parti eravamo, mi si perdoni l’immodestia del paragone, alla pari dei Beatles in quanto a popolarità. Lavoravamo come matti, con la certezza matematica del “tutto esaurito”. Quando allestimmo “Scorze e Meddìche”, ci trasformammo in un autentico fenomeno di massa: ovunque ci presentavamo, teatro o piazza che fosse, la gente finiva stipata come autentiche sardine. Settimana dopo settimana. Stucci ci faceva recitare  alternativamente o prima la farsa, o prima il numero di cabaret. Sulle prime non capivo questa scelta, e la considerai  una sorta di bizzarra strategia del nostro impresario. Oggi sospetto che lo facesse a seguito delle pressioni di Ciardo, geloso che il sottoscritto ricevesse i primi applausi della serata.  Una sera, mentre mi stavo recando in teatro per le prove, assistetti ad un episodio davvero increscioso: Stucci e Ciardo che si stavano menando per strada, alla stregua di due ragazzini. La scena, devo dire, mi sconvolse non poco: d’istinto, mi lanciai su Stucci per bloccarlo, ma mal gliene incolse perché l’altro ne approfittò per sferrargli un paio di cazzotti. Insomma, i due malgrado il mio intervento continuarono a darsela a pugni e calci. Inutile dire che al termine del pestaggio, la nostra Compagnia fu bella che sfasciata. Ancora oggi, non saprei dire i reali motivi di quel furibondo litigio tra i due. So solo che  pochi giorni dopo,  insieme a Spadaro, Mariolina  e altri amici fondammo la cooperativa “Teatro Puglia Nostra”. Ci demmo naturalmente subito da fare. Debuttammo al Piccinni con “U Cazzarizze”, e non avevamo certo bisogno di credenziali, dato che ovunque ci presentavamo era un successo strepitoso e incassi da favola. Io mi ero improvvisato impresario, cavandomela devo dire abbastanza bene:  per l’affitto del teatro comunale riuscii a spuntare una cifra irrisoria: circa 600 mila lire a fronte di un incasso complessivo che avrebbe superato i cinque milioni e mezzo.  Allestimmo anche “Scorze e Meddiche”, bissando alla grande il successo. I quattrini affluivano, creando in noi una sorta di strana euforia. Una sera ci recammo a casa di Ciardo, a letto con l’influenza, riversandogli sulle coperta una pioggia di banconote. Si rideva, si scherzava, ma intanto quel tarlo aveva continuato a rosicchiare, fino a quando nel febbraio del 1978, dai recessi profondi  arrivò finalmente alla vernice del mobile. Continuando indefesso il mio ruolo di impresario democratico (dividevo gli utili rigorosamente per quattro) comunicai una sera alla Compagnia la proposta di uno spettacolo propostomi da un imprenditore di Pezze di Greco. La cifra che ci offriva, 800 mila, era più che dignitosa. Ciardo chiese se quei soldi erano da ritenersi solo per lui, “..e a voi tre quanto vi deve dare?”…quindi ci fece sopra una risatina. Io lo guardai serio: sapevo perfettamente che non stava affatto scherzando. “Tra poco, ci scioglieremo” dissi a Spadaro, e fui facile profeta, poiché dopo poche settimane il Nostro ci comunicò, senza fornirci la benché minima motivazione, che ci abbandonava. Certo, fu un duro colpo, ma in fondo ce lo aspettavamo tutti. Decidemmo di reagire, mettendo su “Faiele”, un testo scritto a quattro mani da me e Spadaro, e che fu sfrondato in alcune parti da Paolo Longo, attuale corrispondente da Pechino per la Rai, a quei tempi valido regista teatrale, oltre che giornalista presso Telebari.  Nel settembre dello stesso anno, debuttammo al Piccini con il solito, entusiastico consenso del pubblico che ci onorò, affollando una nutrita serie di repliche. Ad una di queste, in preda a chissà quali pensieri, vi era lo stesso Ciardo, con quale comunque intrattenevamo rapporti cordiali.

Non avemmo mai più occasione di lavorare assieme. Nel gennaio del 1989, per onorare la memoria di Vito De Fano,  padre di Mariolina, decidemmo di contattarlo. Era una piovosa serata di inverno; ci rivedemmo al ristorante La Ruota, allora situato in via Amendola, dove eravamo soliti incontrarci. Discutemmo a lungo di allestire “U scarpare gedeziiuse”, ma non se ne fece niente, perché il Nostro pretendeva che noi facessimo fuori dalla Compagnia Teodosio Barresi e Franco De Giglio. Continuammo a parlare e a scambiarci complimenti, ma era chiaro che una cortina era definitivamente calata su di noi. Fu il momento dei saluti. Per primo Ciardo se ne andò. Si incamminò sulla strada bagnata. Come Giuda, senza voltarsi.