Emanuele De Nicolo’

“Quando il gioco si fa duro, i duri scendono in campo”. E’ una massima molto cara agli americani. La usano, quando mettono da parte fronzoli e sentimentalismi e sono costretti, da quel popolo pragmatico che è, a vedere le cose che sono così come sono e non come vorremmo che fossero. Bene, cosa centra questo incipit con l’anima in questione? Bè, centra, carissimi amici del Purgatorio, perché vi dirò che del De Nicolò avrei preferito non occuparmene, e ciò per una serie di ragioni che posso riassumere nel fatto che si tratta di un’anima certo non traboccante di fascino per il sottoscritto. Non voglio però essere frainteso: lo reputo un comico, un cabarettista che non riscuote affatto la mia simpatia, ma ciò non riguarda un giudizio di valore sulla persona, né tanto meno implica la minima offesa nei suoi riguardi. Ma come è giusto che sia, snoccioliamo gli antefatti.  Ho conosciuto il De Nicolò attraverso la mediazione di Franco Scaramuzzi, un impresario che evidentemente credeva molto in lui tanto da essere disponibile a finanziargli una serie di serate. Il Nostro mi si presentò un pomeriggio in compagnia di Alfredo Navarra, sua spalla di allora. Pimpante e ottimista si disse convinto che avrebbe riempito  il Teatro. Ma la prima sera nonché le successive,  le poltrone rimasero desolatamente vuote. Ciò naturalmente spiacque sia a lui che allo Scaramuzzi, che imputarono il fiasco alla sfiga ed ad altre entità metafisiche.  Da parte mia analizzai senza difficoltà l’insuccesso. Il Duo pur avendo nel suo novero qualche apprezzabile spunto comico aveva qualcosa che non andava (c’è sempre qualcosa che non va quando l’omino del botteghino sta lì a  rigirarsi i pollici); qualcosa insomma che non convinceva il pubblico barese (uno dei pubblici più marpioni e scaltri d’Italia) a sborsare il prezzo del biglietto: e questo qualcosa era a mio avviso una professionalità ancora acerba, un bagaglio di conoscenza e di tecnica ancora da affinare, da maturare. Dopo, averci dunque rimesso qualche soldarello, Scaramuzzi se la defilò e il Nostro ricominciò ramingo a cercare la sua grande occasione. Tra un numero e l’altro di Charlot, imitazione che costituiva il suo numero forte, esercitava per sbarcare il lunario  la professione di imbianchino. Un giorno mi si ripresentò in Teatro con sua moglie Chicca, dicendosi nuovamente  sicuro di poter far accorrere le masse. Bè, duole dirlo ma ancora una volta anziché lo scrosciare degli applausi si udirono volare le mosche.. Al ché fu piuttosto imbarazzante per me, quando si avvicinò il momento del rendiconto. Infatti, a rivoltarlo a testa in giù il Nostro non avrebbe fatto tintinnare sul pavimento nemmeno l’ombra di un centesimo. Si ripagò, devo dire, onorevolmente, dandomi una rinfrescata agli intonaci del mio ufficio. Dopo quella doppia quanto infelice parentesi, scomparve per qualche tempo, fino a quando intorno al 1996 non  lo rividi negli studi di Telebari, dove io ero impegnato a condurre il gioco a premi “Fave di Quiz”. Lui stava  allestendo  la prima serie della “Very Strong Family”. Tra gli attori che aveva reclutato figurava Franco De Giglio, che doveva riscuotere poi un enorme consenso di pubblico come “Nonno Ciccio”. Che dire? Il successo della serie, inutile nasconderlo, fu eclatante, e certo non sarò certo io a disconoscerlo. Fatto sta che lui, cominciò come dire a sentirsi una sorta di Buster Keaton spiegato ai baresi. Mi capitò di incontrarlo per strada e di ricevere in cambio del saluto che meritavo, un’alzata di ciglio piuttosto altezzosa. Ah, cara la mia schifiltosa quanto ingenua anima. Non so perché avevi la sicumera che avresti potuto sempre guardarmi dall’alto verso il basso. L’ultima volta, in verità, ho constatato che il saluto ti è ridiventato come dire più umile e sentito. Bravo, l’umiltà è una gran bella cosa! Vedi me, per esempio: sono oltre trentacinque anni  che godo il favore del pubblico ( e non solo di quello barese), ma non ho mai dimenticato la massima biblica sul fatto che tutti un giorno, esimio Emanuele De Nicolò, siamo stati schiavi in Egitto. Per gli anni a venire,  fai quindi tesoro del mio consiglio. Cerca di non dimenticare mai chi eri e da dove vieni.