Diana Battista

Vi sono anime che respirano con la soavità delle gazzelle; altre invece che annaspano pesantemente come balene. Niente di personale, per carità. Ciò che rimprovero a Diana Battista non è d’altronde la buona volontà o la bravura come attrice. Il fatto è che lei sta al nostro meraviglioso dialetto come uno yogurtino sta ad una brasciola al sugo: non so se mi spiego. Ma andiamo con ordine. Me la presentò l’immarcescibile Franco De Giglio un giorno in cui entrambi stavamo esercitando la nobile arte dello struscio in quel di Piazza Moro, allora Roma. Mi fece, devo dire, un’impressione discreta. Diana difatti, sembrava intendersene di pastasciutta, visto che in meno di mezzora di passeggiata mi sciorinò con una favella inarrestabile tutto lo scibile teatrale: dal carro di Tespi al metodo Stanislavskij, passando per l’elisabettiano e Shakespeare. Al ché io, un tantino preoccupato di innescare false aspettative, obiettai che al Purgatorio si faceva teatro popolare, che il nostro intento era in primis di sollazzare gli spettatori,  proponendo loro la scena e la rappresentazione della vita di tutti i giorni con il suo carico di gioie e dolori. Lei approvava ciò che dicevo con gridolini di gioia, ma subito mi zittiva tuffandosi in un’altra caterva di colti riferimenti e citazioni. Dovetti  tapparle  letteralmente la bocca per impedirle di interrompermi, di modo da poterle  spiegare  l’essenzialità che per me doveva possedere un attore. All’uopo le ricordai Totò, il quale prima di leggere una sola battuta chiedeva al suo regista se il suo personaggio aveva fame o meno. Diana fece mostra di aver capito alla perfezione. Del resto,  come ho già detto,  si faceva apprezzare per essere volenterosa, anche se la volontà a volte non basta. Avrebbe dovuto sostituire nientemeno che Mariolina De Fano. E devo dire che il pubblico non gliela perdonò. All’inizio  pensai che fosse solo questione di tempo; trascorreva però il tempo e con mio raccapriccio la tipa continuava a fare la gnorri, ostentando certe “O” aperte stile Tina Lattanti, la doppiatrice di Greta Garbo. “Sono nata a Chicago”, obiettava lei con una certa stizza, per farmi intendere che il nostro dialetto non le cantava nel sangue sin dalla nascita; il che mi faceva ancora di più imbufalire, perché nella mia carriera mi è capitato di sentire senegalesi e brasiliani che dopo un pochino di esercizio parlavano e bestemmiava in barese meglio di un verace. Tant’è.  Non è facile per un capocomico far capire ad un attore che il pubblico non lo gradisce, ed io dopo tante repliche  (erano trascorsi quasi tre anni) confesso che mi sentivo umiliato, al pensiero che nel mio Teatro, tempio del vernacolo pugliese, vi fosse chi inseguisse fonetiche televisive. Per fortuna (paradossalmente, mi duole dirlo) la Nostra fu contattata da Mino Barbarese e da Gianni Colajemma del Barium.  Dopo che accettò la proposta per recitare con quei due,  non si fece più viva nemmeno per un salutino fugace. C’est la vie. A Diana Battista, che ha recitato con noi “Mariette la Coppuniste” e “La Signora del Cannuolo”, auguro però ogni bene, e dato che la ricordo con simpatia vorrei omaggiarla, se permette, con la nostra splendida lingua madre. Cara Diana; ma davvero credi che il nostro dialetto sia incapace di arrivare al cuore della gente?

Velèsse fà na sèrte

De stèdd’a la Diàne,

Pe mmètte na chellàne

Appèse o cuèdde tu.

Velèsse fà na scale
Da n-dèrre o m-baravìse,

Pe scì sus’o paìse

A ddò acchiamìinde tu.