Beppe Stucci

Quando si dice uno di bella presenza. Ho conosciuto Beppe Stucci, scambiandolo per Dennis Hopper di passaggio a Bari; si, Dennis, il protagonista del film Easy Rider; giuro, sembrava tutto lui: i lunghi capelli lisci tenuta dalla bandana,  la faccia abbronzata segnata dal sole di lunghi viaggi in oriente, l’orecchino di perla all’orecchio,  la barba incolta, gli occhi ridenti da bravo e mansueto figlio,  il cui guizzare rapido ti metteva però subito in guardia che  era sì un bravo e mansueto figlio ma di buona donna. In altri termini, su quel finire degli anni sessanta il Nostro poteva assimilarsi a  quegli affascinanti scalzacani  chiamati hippies, che auspicavano appunto di infilare i fiori nei cannoni, di fare l’amore anziché la guerra, di abolire noiose formalità burocratiche come il matrimonio a favore di democratiche e fraterne ammucchiate. La storia ci ha insegnato che siffatti idealisti hanno poi modificato leggermente opinione, trasformandosi  in manager o politici assatanati di potere.  Ma tant’è. Il nostro Stucci, da hippies versione orecchiette, coltivava il suo grande dream: portare il Bagaglino a Bari. Ora, a beneficio dei più giovani è bene ricordare che il Bagaglino è stato (e rimane, grazie soprattutto alle sue performance televisive)  uno dei templi più acclamati del varietà romano (Oreste Lionello, Anna Mazzamauro, Gianfranco Funari, Pino Caruso, e tanti altri si sono fatti le ossa lì). Certamente,  una sua trasposizione nella città del levante non era cosa facile. A un tipo come Beppe però non gli mancava certo la determinazione; né tantomeno aveva carenze di fascino o era sprovvisto di buone amicizie. Difettava, invero, in pecunia; ma buon per lui la sua dolce meta proveniva dall’opulenta famiglia dei Bernardi, vera multinazionale delle tintorie. C’era solo da trovare il locale adatto, e a questo si prestavano (come le abbia scovate permane un mistero) delle antiche stalle site nella amena via Pietrocola, adiacente la grande villa Romanazzi Carducci. A restaurare questi fetidi, umidi e bui locali il Nostro chiamò un architetto locale di chiara e meritata fama: la gentile Mariellina Lorusso Cipparoli, la quale uscita mezza svenuta da un primo sopralluogo dichiarò testualmente: “Oddio, là dentro sembra un autentico purgatorio”. Un tipo sagace come Stucci colse al volo l’opportunità di avere un nome già bello e fatto: il Purgatorio, appunto. A parte lo choc del primo impatto, Mariellina fece un ottimo lavoro et voilà il nuovo teatro barese si inaugurò.  E si inaugurò alla grande, mettendo in cartellone i più bei nomi del cabaret e della canzone italiana. In via Pietracola sono difatti transitati Gino Paoli,  Oreste Lionello, Gino Paoli, il Quartetto Cetra, la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Il che, in termini di cachet, significa esborsi da capogiro, anche se il buon Beppe continuava a scialare senza preoccuparsi eccessivamente. Aveva infatti  due buone ragioni per non lesinare compensi ai grandi artisti che riusciva ad ingaggiare; la prima ragione  è che necessitava dotare il teatro di buona fama, per poter decollare alla grande poi con spettacoli nostrani; la seconda ragione e che i quattrini li scuciva in massima parte il suocero.  Un giudizio su Stucci impresario? Direi ottimo: nel senso che possedeva senz’altro quelle doti di scaltrezza, di lungimiranza; insomma di savoir faire assolutamente indispensabili per gestire una compagnia teatrale (e, sia detto per inciso,  fatta di consumati marpioni quale la nostra). Aveva poi un modo tutto suo di gestire la Compagnia; infaticabile e insinuante oratore, era capace di intrattenerti per ore attraverso  chiacchiere e aneddoti, per  coinvolgerti in certi nebulosi e mai precisati progetti. Io, Spadaro, Ciardo e gli altri, da filoni che eravamo, lo stavamo a sentire, come dire, sempre a chiappe strette, poiché sapevamo che fidarsi di lui era bene, ma non fidarsi era cosa buona e giusta. Fine dicitore, dunque; uomo dotato di  spirito brioso, sicuro di sé fino ad apparire altezzoso (atteggiamento certo non estraneo ad alcune memorabili scazzottate intraprese con gli attori), Stucci diventava un altro solo quando arrivava il fatidico momento dell’apertura del teatro. Nel momento in cui si aprivano i battenti, eccolo rivestirsi infatti di un’aura di  umiltà e di dedizione quasi sconvolgente. Il personale del teatro si riassumeva totalmente nella sua persona. Stucci strappava i biglietti, faceva da maschera, serviva al banco del bar; suonava la campanella, e filava ogni trenta secondo fuori per dare un’occhiata a come erano parcheggiate le auto; insomma faceva da factotum nel vero senso della parola, tanto da farci sospettare seriamente che avesse il dono dell’ubiquità. Autentico affarista, aveva inventato, nell’intervallo tra i due atti, l’omaggio per il pubblico delle penne all’arrabbiata. I poveri tapini che si accostavano al piatto  finivano però praticamente ustionati nel palato da un’autentica esplosione di peperoncino, per lenire il quale occorreva trangugiare il bicchiere di vino che il Nostro teneva a bella mostra sul banco. E questo non certo gratis et amor dei, ma al salatissimo prezzo di mille lire l’uno. Facendo un paragone con i tempi odierni, quel bicchiere colmo comunque  di buon Aglianico del Vulture costava ai poveri clienti qualcosa come una decina di euro che il nostro ex figlio dei fiori faceva scivolare nelle sue rapaci e insaziabili tasche.  Pareva che il business non sarebbe mai finito. Stucci gestì la fase del quartetto storico, quando era necessario chiamare la polizia per calmare gli spettatori furibondi rimasti fuori senza biglietto. La pacchia era però destinata a finire, anche per troppo sicumera, per quel pizzico di arroganza che talvolta rovina i piani di chi crede di essere il sale della terra o il figlio della gallina bianca. Stucci commise un errore: cercò come si dice a Bari di far il di più con Lino Spadaro. Ma soprattutto con il sottoscritto. Quando in seguito la Compagnia si sciolse per le note vicende, per lui fu un’autentica fregatura. Contando di appoggiarsi su Ciardo a cui affidò la direzione artistica, il Teatro si resse altri due anni. Poi, come volevasi dimostrare, la barca cominciò a fare acqua da tutte le parti, e il Nostro mollò subito la presa,  appartenendo, come qui si è cercato di spiegare a quella scaltra categoria di naufraghi  che impara subito a nuotare non appena l’acqua è all’altezza del sedere. Il teatro fu venduto ad una cordata di professionisti, tra cui Emilio Laricchia, Piero Persiolo, Mario Trantino, Rocco Servodio (vecchia nostra conoscenza) e due fratelli commercialisti di cui non ricordo il nome. Dopo l’avventura del Purgatorio si è dato con alterne fortune alla carriera di pubblicitario. Attualmente, gestisce a Barivecchia la suggestiva cantina di Ciànna Ciànne. Non ho un cattivo ricordo di Beppe Stucci. Ove  gli facesse piacere, come presidente onorario delle anime del Purgatorio posso senz’altro attestargli la qualifica di vero barese. Fatti sentire, Dennis; non fare del silenzio la tua eterna bandiera.