L’anima primordiale

In principio c’è la volontà di un uomo, ossia Beppe Stucci, un intraprendente e scaltro pubblicitario, che nei primi anni Settanta si era ficcato in testa un’idea bella e ambiziosa: portare il Bagaglino a Bari, cioè impiantare anche qui da noi una compagnia di  varietà che portasse una ventata di aria nuova e frizzante, mediante  un repertorio teso a svecchiare gli stereotipi di una comicità tutta fatta  di macchiette e gag ormai appartenenti al passato, ma che sulla scia di vecchie e un po’ logore  stelle del teatro leggero come Pippo Volpe, Piero De Vito, Angelo Minafra e altri continuava malinconicamente a sopravvivere a se stessa.     

Naturalmente, vi era anche il legittimo intento di far profitto e, per far questo, il nostro uomo che aveva le idee ben chiare, pensò che vi era solo una strada da percorrere: ovvero far accorrere nella nostra città, anche a costo di svenarsi per i cachet, i più bei nomi dell’avanspettacolo italiano.

Per prima cosa, occorreva però trovare dei locali adeguati, locali che nella fattispecie furono rinvenuti in quel di via Pietrocola, piccola strada adiacente alla grande villa Romanazzi-Carducci.

Chiamarli “locali” può considerarsi un eufemismo. Si trattava in realtà di un vecchio frantoio in disuso, la cui decrepitezza e fatiscenza aveva quasi del surreale, tanto cadevano a pezzi.

Quando Stucci convince  la rinomata arredatrice Mariellina Lorusso Cipparoli, madre dell’attuale senatore Ninni Lorusso, ad entrarvi per un primo sopralluogo tecnico, questa fu letteralmente sopraffatta dall’atmosfera plumbea che regnava all’interno nonché dai miasmi pestilenziali tali da togliere il fiato.

-Madonna mia,  ma questo posto è un autentico Purgatorio – disse, lamentandosi con Stucci, il quale anziché prendersela o scoraggiarsi, la ringraziò vivamente per aver scovato il nome che lui stava cercando per il suo teatro: “Il Purgatorio”.

Pochi giorni dopo, al cospetto di un notaio, in qualità di direttore artistico il dinamico Beppe, d’intesa con i suoi soci Marcello Leone e Emidio Romano,  siglò il contratto di affitto con il proprietario, l’esimio prof. Dammacco, primario di reumatologia all’ospedale di Venere, impegnandosi a versare mensilmente la somma (non certo esosa per quei tempi, più o meno l’affitto di un trivani) di 160 mila lire, (la bellezza di unmilionenovecentoventi mila lire all’anno) unitamente all’impegno di trasformare quella sorta di indecente caravanserraglio in un teatro, il Teatro Purgatorio. appunto. L’arredatrice Cipparoli, con una sensibilità e un gusto tutto al  femminile, pensò di trasformare l’obbrobrio di quella tana di pipistrelli e tafani, in qualcosa che richiamasse, al contrario, leggerezza e armonia di forme, sostituendo  alla rozzezza delle travi, agli intonaci decrepiti e al triste pavimento  in terra battuta  le linee dinamiche e ondulate del liberty, l’arte con tratti a “frusta”.  Ancora oggi, trascorso un terzo di secolo, è possibile ammirare la noveau art del teatro già nella scritta all’esterno, ma anche e sopratutto nel design degli interni, dove dominano gli specchi curvilinei, i muri ingombri di foto e stampe esotiche, le decorazioni a fiamma o a conchiglia. Ad inaugurare il teatro nella sera del 6 febbraio 1974 fu chiamato un attore d’eccezione: Pino Caruso, acclamata stella del cabaret italiano, il quale nel primo tempo si esibì con il  suo numero intitolato  “Padrino”, mentre la seconda parte dello spettacolo,  dedicata al dialetto barese, vide la performance “June Monde la lune”con  la regia di Michele Mirabella e la partecipazione di Mario Mancini che ebbe lusinghieri apprezzamenti dal pubblico. Dopo la serata d’esordio, la fama dell’ex frantoio si propagò a velocità impressionante. Nel volgere di poche settimane il Purgatorio attrasse, si può dire, il gotha dell’avanspettacolo e dei gruppi musicali del nostro Paese; ospiti davvero d’eccezione come Gino Paoli, Pippo Franco, il Quartetto Cetra, la Nuova Compagnia di canto popolare, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, Enrico Montesano e tanti altri bei nomi.  Nomi, si capisce, che esigevano compensi piuttosto alti, che spesso il buon Stucci faticava ad onorare. Una delle trovate per reperire fondi furono le famose  penne all’arrabbiata (o pasta e fagioli) offerte gratis tra un atto e l’altro agli spettatori. Seguiva il bicchiere di vino (d’obbligo, dopo cotanto peperoncino) che però si faceva pagare salato: mille lire, giusto  per rifarsi un po’ delle spese, che comunque continuavano a gravare in modo esorbitante, fino a quando Stucci e soci non decisero di porre un freno ai cachet dei big nazionali,  rivolgendosi al mercato interno. La soluzione si presentò con Nico Salatino, cabarettista locale nonché apprezzato folksinger, di sicura presa sul pubblico, che difatti mostrò subito di apprezzarlo. Stucci intuì di aver trovato la gallina dalle uova d’oro, e con un colpo di genio fece allestire “U cazzarizze”, una gustosissima farsa di Cimarrusti-Ingrosso, che a ben recitarla fa davvero scompisciare dal ridere. Il successo, manco a dirlo, fu strepitoso, tanto che  nei fine settimana la fiumana degli spettatori (sopratutto di quelli rimasti fuori senza biglietto) comincia a diventare addirittura un problema di ordine pubblico.   A coadiuvare Salatino sono Gianni Ippolito, Michele Volpicella e l’esordiente Gianni Ciardo. Trascorrono quattro settimane di pienoni; Salatino fiuta l’aria e decide di bussar cassa, scontrandosi però con un irremovibile Beppe Stucci. Il risultato fu che i due litigano di brutto, e la prima Compagnia del Purgatorio si squaglia come neve al sole.

L’anima si fa in quattro

Il dilemma di Stucci non era di semplice risoluzione. Doveva ritornare alla costosa politica di ingaggiare i big nazionali, col rischio della bancarotta,  oppure ripiegare su personaggi locali? Se la prima lasciava sgomenti, anche la seconda soluzione presentava più di un incognita; vi era, intanto,  qualcuno in città, che fosse alla stregua di Nico Salatino,  capace cioè  di attrarre un pubblico pagante? La risposta a questi angosciosi quesiti gli venne da Rocco Servodio, uno stimato avvocato, conosciuto in città per la sua smodata passione per il teatro. Servodio che da anni bazzicava gli ambienti dell’avanspettacolo, conoscendolo praticamente come le sue tasche, parlò a Stucci  di Lino Spadaro, un suo amico conosciuto dai tempi della gioventù,e che gli sembra l’uomo giusto per animare la seconda fase del Purgatorio. Brillante e professionalmente dotato, Spadaro  aveva alle spalle una lunga esperienza sia come attore che cabarettista; aveva lavorato lungamente  in coppia  con Nicola Pignataro, un suo caro amico di infanzia. Entrambi, non potevano però dirsi ancora  professionisti, visto che per sbarcare il lunario,  Spadaro continuava lavorava nel campo delle assicurazioni, mentre Pignataro, poco più che trentenne, era da oltre un decennio in forza all’Italcementi, dove svolgeva le mansioni di geometra. L’occasione era però troppo ghiotta, e Spadaro capì che sarebbe stato da stupidi rigettarlo. Dopo l’abboccamento con Servodio, telefonò all’amico Nicola prospettandogli l’avventura di far parte della nuova compagnia del Purgatorio. Decisone certamente non facile da prendere così su due piedi; ma dopo qualceh prima  comprensibili perplessità (sposato, con prole e relativi mutui da onorare), Pignataro decise per il sì. Inizia così l’attività febbrile di formare subito gli altri compenenti della compagnia. Per il ruolo femminile, i due amici si ricordano di Mariolina De Fano, una brunetta tutto pepe che avevano sottoposto ad un provino per la piece drammatica “U cafè andiche” di Vito Maurogiovanni. Reclutata la De Fano, restava il problema del testo da recitare, ma qui risolse Mariolina che parlò loro di suo padre, Vito, ferroviere con il pallino della poesia e con diverse testi teatrali in cassetto. La scelta cadde su “Nu matte fesciute da Vescegghie”, una suggestiva, delicata e irresistibile commedia che aveva però il difetto di essere troppo breve. I tre, sebbene senza troppa convinzione,  comunque la propongono a Stucci, il quale, da lungimirante marpione  qual’è intravede subito l’affare: la piece si farà, dice Stucci, ma durerà solo un tempo; nel primo la commedia, nel secondo entreranno in scena Volpicella e Ciardo col Cabaret. Era cogliere insomma i classici due piccioni con una fava. Siamo nella primavera del 1976. Il cartellone del Purgatorio presenta  un programma altalenante che a chiamarlo originale è dir poco: una settimana si recita “Nu Matte fesciute da Vescegghie” e il Cabaret; la settimana dopo la compagnia si ricomponeva con “U scarpàre gedezziuse”, un altro bellissimo testo di Vito De Fano destinato ad entrare nei classici del nostro vernacolo. E’ questo, in un certo senso, il periodo “storico” del teatro. Difatti, anche se più in là negli anni riscuoterà certamente un grandissimo successo di pubblico, tuttavia non vedrà mai più ricomporsi sulle tavole del palcoscenico il classico quartetto formato da Lino Spadaro, Nicola Pignataro, Mariolina De Fano e Gianni Ciardo. Le rappresentazioni che si sono susseguite in questo periodo sono nell’ordine: “Nu màtte fesciute da Vescegghie”, “U scarpàre gedezziuse “,  “U cazzarizze”, “Scorze e Meddiche” “Aminueamare” di Vito Maurogiovanni, e Don Juan con la regia di Cosimo Cinieri. Particolare non di poco rilievo, nelle ultime due rappresentazioni entrano a far parte della Compagnia l’intellettuale regista Michele Mirabella, in odore di successo nazionale, e la giovane e brillante Carmela Vincenti. Altresì importante è che durante le rappresentazioni de “U Cazzarizze” Michele Volpicella, che interpretava il ruolo femminile, litiga con Stucci a muso duro per i soliti problemi di pecunia. Il risultato è che dopo una sola replica della commedia, Volpicella lascia tutti con un palmo di naso e se ne va, lasciando nei  guai la compagnia. Ma a togliere dal panico tutti, pensò Mariolina De Fano, la quale aveva assistito per diletto alle prove, e si disse pronta a provare il ruolo. In effetti, nello sbalordimento generale, la De Fano dimostrò di sapere a memoria anche le virgole del testo. Il sabato seguente si compose quello destinato a esser ricordato nel tempo come il quartetto storico.  Stucci dal canto suo gongolava: il suo obbiettivo di far combaciare qualità e incassi si può dire pienamente raggiunto.  Ormai la fama del teatro di via Pietrocola oscura letteralmente quella degli altri teatri cittadini; sulla via Pietrocola il sabato e la domenica si assistono ad autentiche  scene di delirio collettivo,  con interventi delle volanti chiamate per calmare le resse davanti al botteghino. Il Purgatorio, si può dire senza esagerazione, diviene un fenomeno di costume, un punto di riferimento culturale per tutta la città;  i suoi spettacoli si trasformavano in eventi  che contribuirono non poco, in quegli controversi anni Settanta,   a sdoganare finalmente il dialetto barese che una certa ritrosia borghese perbenista aveva emarginato a uso e consumo delle classi meno abbienti. Dire quale piece sia stata maggiormente apprezzata dal pubblico, e quasi imbarazzante, dato il consenso pressoché unanime. Ma il picco del gradimento, crediamo,  si raggiunse forse con “Scorze e meddiche”, nel cui impianto narrativo compariva l’irresistibile schetc “Stanno arrivando i nemichi”, scritto da Nicola Pignataro. Sembrerebbe futuro dipingersi di rosa, ma non è così. Ciardo, dopo accese discussioni con Stucci (per motivi che ormai possiamo agevolmente immaginare) lascia il Purgatorio, costringendo la Compagnia a sfasciarsi. Ma non è finita qui. Si arrivò al febbraio del 1978, quando al termine di una malinconica serata trascorsa al bar Jolly di piazza Giulio Cesare la Compagnia, praticamente finisce con lo sfasciarsi del tutto, per l’irrevocabile scelta di Ciardo di lasciare il gruppo. Un finale che lasciò praticamente esterrefatti i baresi, visto il travolgente successo di cui continuava a godere il quartetto. Ora, analizzare post facto quei dissidi, quel malcontento, quelle ripicche e gelosie che covavano all’interno del quartetto e che portarono allo sfascio di una delle più brillanti compagnie pugliesi (e forse nazionali) non è un compito facile; e comunque si tratta di un compito che esula dalla presente  cronistoria del nostro teatro. E’ lecito chiedersi però che tipo di destino avrebbe avuto il quartetto storico, ove non ci fossero stati siffatti problemi caratteriali e si fosse andati tutti d’amore e d’accordo. Il mondo dello spettacolo, come è noto, è un coacervo di rivalità e invidie latenti. I guai del nostro Sud derivano anche (e sopratutto) da questo.           

Le anime perse

Dopo l’uscita del quartetto storico, Stucci decise di correre ai ripari, ingaggiando Vito Maurogiovanni, scrittore tra i più prolifici e  raffinati della nostra drammaturgia locale. Oltre alla sua professione di giornalista e saggista, Maurogiovanni detiene una gloriosa esperienza quale autore di teatro leggero (suoi alcuni testi della indimenticabile trasmissione radiofonica in voga negli anni sessanta “La caravella”). Tuttavia, per quanto apprezzato autore di testi di avanspettacolo, egli è conosciuto sopratutto per i suoi lavori teatrali caratterizzati da una prosa piana,  malinconica, essenzialmente ispirata ai valori del sacro. Con la sua entrata in scena, il teatro attraversa, per così dire,  la sua fase crepuscolare. La prima piece ad andare in scena è     

“Sanghe, amore e contrabbànne”, interpretato da un discreto Gianni Colajemma e dalla promettente Rita Binetti. A questo primo lavoro, che comunque non riscuote una grande accoglienza da parte del pubblico, segue “Chidde dì”, altro valido testo teatrale  echeggiante motivi nostalgici di un lontano passato cittadino, ma che parimenti trova una tiepida accoglienza. Per cercare di  dare linfa alla Compagnia, Stucci arruola Pippo Volpe, vecchia gloria del varietà italiano, e inoltre Angela MInafra, Piero De Vito, Lino Spadaro e, naturalmente, lo stesso Ciardo. Passano le settimane e i mesi, e il nuovo cartellone non riesce comunque a decollare; il lungo serpentone delle automobili, il fiume delle persone che si scapicollano per raggiungere il botteghino è ormai un ricordo. A poco servono anche una serie di lavori di restauro, la decorazione con drappeggi, decorazioni e quadri. La stagione non riesce a decollare, e all’interno della Compagnia medesima comincia a subentrare qualche nervosismo. Come accade sovente in questi casi, è sempre l’impresario a fare da parafulmine; ma ora Stucci è stufo di litigare e di passare alla vie di fatto con gli attori presi dal malcontento. Dopo un’ennesima sfuriata, Ciardo capisce da che parte  tira il vento e chiede senza indugi all’amico  Emilio Laricchia, proprietario di Bari Canale 100, se è disponibile a rilevare il teatro. Laricchia, dopo qualche perplessità decide di accettare, a patto però che Ciardo gli prometta di fargli da direttore artistico. L’affare è presto fatto, e la proposta di vendita, almeno dal punto di vista morale,  non dovette certamente piacere a Stucci, il quale comunque accettò. Così, al tavolo del notaio, si concluse il nuovo passaggio di proprietà che vide da una parte l’ex pubblicitario (in procinto di ritornare però all’antico mestiere) e dall’altra Laricchia affiancato da altri professionisti, tra cui Pino Perniola, i fratelli Guaglianone, Mario Tarantini e Rocco Servodio. Lo scopo di Ciardo, ossia di aver un teatro tutto suo da gestire come gli pareva,  pare dunque raggiunto. Fu ingaggiata “La Caldara, Compagnia di cui faceva parte un crogiolo di attori dalle più disparate provenienze, tra cui Rino Bizzarro e Anna Brucoli, oltre naturalmente a Lino Spadaro. Per la prima rappresentazione si cercò di fare le cose per bene, scegliendo “Scugnizzi”, due atti raffinati e intensi di Raffaele Viviani, un guru del teatro classico napoletano. Ma anche stavolta, malgrado gli sforzi, malgrado un convulso, nevrotico e continuo cambio di attori,  il new deal del Purgatorio fece cilecca, non riuscendo a reggere il cartellone nemmeno per il breve svolgersi di qualche settimana. Niente da fare.  Il pubblico non ci stava: come se avvertisse che mancava una finalità, un progetto; e la gente si defilava,  sentendosi davvero defraudata, quasi offesa rispetto agli anni precedenti. Qualcuno o qualcosa s’era portato via, si era proditoriamente impadronito, si era insomma scippato quell’imponderabile afflato di originalità e di sincerità che avviluppava tutti quanti assieme nell’applauso caloroso, nella risata liberatoria, nel sentirsi uniti dal commovente e nel contempo ridanciano sentimento della “baresità”.  Il Purgatorio mancava di anima. E un Purgatorio non può fare a meno  dell’ anima. L’anima è la sua materia prima. Davvero non può.

All’anima della burocrazia

Come si può facilmente dedurre, Laricchia, amministratore delegato del marchio del teatro Purgatorio,  non poteva essere contento di come andavano le cose. Il pubblico scemava sempre più; i giorni gloriosi dei pienoni, degli entusiastici articoli sui giornali parevano lontani anni luce; una leggenda, insomma, sembrava spegnersi del tutto. A rendere ancora più amaro lo scenario era invece il successo strepitoso che riscuotevano i “fuoriusciti” della Compagnia. Nicola Pignataro e Mariolina De Fano allestivano commedie che richiamavano spettatori a frotte; ovunque andassero, dal teatro Piccini o al Royal di Bari, al Mercadante di Altamura, e insomma in qualsiasi teatro pugliese accorrevano  ad applaudirli, mentre nella via Pietrocola in  certi sabati sera sembrava il Purgatorio non più un covo di anime plaudenti ma, appunto, uno sperduto e sonnacchioso  frantoio di periferia. Il successo personale di Pignataro, peraltro, sembrava andasse oltre ogni limite. I primi anni Ottanta furono gli anni della televisione, delle prime tournee negli Stati Uniti, dei film come il famoso “pover’ammore”   diretto da Vincenzo Salviani, e che oltre alla De Fano contemplava nel cast Carmelo Zappulla, Luc Merenda e altri big del cinema nazionale. Quando lo incontrava per strada, Laricchia pregava Nicola di ricongiungersi alla Compagnia per ridarle una boccata di ossigeno, ma la faccenda presentava non poche difficoltà, in primis l’estrema suscettibilità di Gianni Ciardo, che, conformemente a quella che è la mentalità nel mondo dello spettacolo iniziava a soffrire il successo dell’ormai popolarissimo “baffone”.   In breve,  tra il pacato amministratore delegato e il focoso Ciardo cominciano a sorgere problemi di convivenza, preludio alla rottura definitiva tra i due. Sul finire del 1984, a seguito di un’ennesima diatriba, Laricchia fa sapere di aver esautorato dal mandato il suo direttore artistico. Si arriva alla primavera del 1985, e  Pignataro a quel punto si fa avanti, offrendosi come affittuario del teatro. Dopo qualche titubanza, Laricchia accetta, pattuendo un canone settimanale di 540 mila lire. Inizia dunque la gestione Pignataro, il quale oltre ad ospitare naturalmente  la sua compagnia personale (intanto arricchitasi di due eccellenti elementi quali Franco De Giglio e Teodosio Barresi),   non disdegna di aprire il teatro anche a promettenti  “girovaghi” senza fissa sede: come la brillante Anonima GR, l’esordiente Mino Barbarese, o il collaudato Nico Salatino. La regola aurea per Nicola, fu comunque di non speculare mai sui colleghi: faceva pagare il subaffitto  esattamente la stessa cifra che egli stesso sborsava ai proprietari. La bella notizia fu che il botteghino tornò a macinare gli incassi dei tempi d’oro, tornando il Purgatorio a far parlare di sé come l’autentico tempio del folclore cittadino. Tutto sembrava insomma filare per il meglio, fino a quando una bella mattina in via Pietrocola, non parcheggiò un’automobile zeppa di vigili urbani. I vigili compirono un’ispezione accurata del teatro, al termine della quale emanarono un verdetto che non lasciava spazio ad interpretazioni: il Purgatorio era del tutto fuori norma per quanto riguardava gli impianti di illuminazione elettrica, quelli della prevenzione incendi; quindi l’impatto acustico, il rapporto superficie finestrata/pavimento,  lo smaltimento dei liquidi fognari, l’approvvigionamento acqua potabile, le barriere architettoniche e chi ne ha più ne metta: in poche parole i vigili decretarono senza misericordia alcuna che il teatro andava chiuso quel giorno stesso, col risultato che al povero Nicola veniva letteralmente a mancare il terreno sotto i piedi. La prima seria ripercussione di quella forzata chiusura fu la rescissione del contratto di subaffitto, che Pignataro aveva appena siglato con due  astri nascenti della comicità barese: Antonio Stornaiolo ed Emilio Solfrizzi, in arte Toti & Tata, i quali dovettero dunque cercare altrove il locale adatto per “La dolce vita”, l’iniziativa di cabaret che avevano in mente da tempo. Inizia dunque quello che ha rischiato di diventare il “medio evo” del Purgatorio: ovvero il declino irreversibile, poiché sarebbe stato davvero dura per Laricchia e soci ottenere l’agibilità del teatro in tempi ragionevoli. Ma ecco, che in questo frangente, compiendo – è il caso di dirlo – un vero e proprio coupe de theatre, Nicola chiede all’allibito amministratore delegato se fosse disponibile a vendergli le sue quote, ovvero il 70% del marchio Purgatorio. Si trattava, apparentemente, di una mossa davvero insensata, conoscendo i tempi biblici della burocrazia barese. Chiedendosi se il suo amico non fosse uscito fuori di senno, Laricchia accettò a passo di carica. La vendita delle quote fu pattuita in 110 milioni di lire (cifra davvero ragguardevole per quei tempi), che furono dilazionati in 22 cambiali di 5 milioni l’una. Si trattava, per il comico barese, di un’autentica scommessa con se stesso, con il tempo e con l’impenetrabile legislazione sulla sicurezza. C’era, infatti, da convincere una commissione di tecnici comunali a far fluire in tempi umani la loro  muraglia di regolamenti, protocolli, adeguamenti, pareri tecnici, ecc. Pignataro, che in questa circostanza mostrò un ottimismo tale da far  invidia a Berlusconi, iniziò la sua battaglia,  tallonando quotidianamente i suddetti professionisti, quasi perseguitandoli con le armi della sua innata simpatia. affinché non facessero dormicchiare le scartoffie sulle loro scrivanie. Aveva presentato un progetto di adeguamento a norma, stilato dall’ingegnere Vincenzo Nuzzolese, che gli era costato con annessi e connessi, la bellezza di altri venti milioni. Indebitato fino al collo, aveva corteggiato diversi direttori di banca, convincendogli a concedergli fidi che, a loro volta, servivano a coprire le rate che incombevano inesorabili a fine mese. L’agognata licenza arrivò sul finire dell’ottobre 1987. Dopo due anni, Nicola da novello Perseo riuscì a battere la medusa della burocrazia nostrana. Il nuovo corso del teatro si inaugurò con uno dei suoi più strepitosi successi: “Natale in casa Petaroscia”. I primi incassi servirono a colmare la voragine dei debiti. Certamente, dopo l’uscita dell’ultimo spettatore la sera del debutto,  vi fu un capocomico stremato e felice sulla soglia del Purgatorio. E che da allora si sentì puro,  soddisfatto e finalmente disposto a salire alle stelle.  

    

Anime di tutto il mondo, unitevi.

Nell’ autunno del 1989 il teatro si riapre, avendo adempiuto a tutte le prescrizioni di legge che la piovra dei regolamenti esigeva. Non vi era molto da scherzare sulla messa in sicurezza di cinema e teatri. La terribile tragedia occorsa al cinema Statuto di Torino con la morte di 64 spettatori (in gran parte giovani) fungeva da monito: chiunque veniva colto con strutture o impianti fuori legge aveva di che piangere lacrime amare, perché non vi era possibilità di perdono da parte delle autorità preposte ai controlli. In ottemperanza alle norme vigenti, ma anche perché  avvertiva l’esigenza di cambiare look in senso lato, Nicola Pignataro decise di imprimere un ulteriore svolta nella storia ormai quindicinale del teatro, risistemando i posti a sedere laterali, numerando le poltrone, abolendo i posti scomodi o addirittura in piedi, com’era quasi consuetudine agli inizi.  Oggi, una simile operazione  può essere giudicata tanto scontata da apparire un’inezia, ma vent’anni addietro (e soprattutto dalle nostre parti) la si poteva considerare una sorta di rivoluzione copernicana. Il Purgatorio, come più volte abbiamo ribadito,  causava sovente problemi di ordine pubblico: nel senso che quando vi era il pienone ( praticamente la norma) non era facile gestire il pubblico rimasto senza biglietto a ridosso del botteghino. Spesso, a causa delle intemperanze di alcuni spettatori, diciamo così, un po’ “sanguigni”,  era facile all’esterno assistere a veri e propri incontri di pugilato. Sovente, al suono delle tre campanelle prima dell’apertura del sipario, si aggiungevano le sirene delle volanti chiamate per intervenire. Con il new deal voluto da Nicola le cose cominciarono ben presto a cambiare. La media e alta borghesia barese che si spellava le mani al Piccini per applaudire Pignataro e i suoi, e che prudentemente si teneva alla larga da via Pietrocola, per tema di incappare in qualche rissa, cominciò dapprima timidamente e poi sempre con maggior convinzione ad affluire al teatro. La possibilità di telefonare, prenotare, avere insomma la garanzia della poltrona senza il rischio di fare a cazzotti con qualche energumeno, produsse una sorta di rimescolamento sociale. Alle prime, oltre al pubblico cosiddetto “normale” iniziarono a comparire quelle signore in abito da sera di chiffon di seta e raso, nonché quegli uomini con  indosso camicie con asole e bottoni madreperlati, che tanto stupore suscitavano in Pasquale Bellini, critico teatrale della “Gazzetta del Mezzogiorno”. La verità è che anche la Stampa non è mai riuscita a capire e valutare nella sua complessità culturale e sociologica  questo straordinario successo della premiata compagnia del Purgatorio, che dura ormai da più di un terzo di secolo, e che ancora oggi attrae spettatori da tutti i luoghi più reconditi di Puglia e Basilicata. A tal proposito, e con riferimento al periodo che stiamo trattando, vi è un gustoso aneddoto raccontato da “sua maestà” Peppino Monteliveto, mitico cassiere del Piccinni. Un sabato che si rappresentava “Natale in casa Petaroscia” vide presentarsi al botteghino un uomo di mezza età con al seguito moglie e una nutrita pattuglia di figli e figlie, il cui portamento, loquela e  modo di vestire non lasciava adito a dubbi circa la sua origine campagnola. Dopo che gli fu chiesto  quale tipologia di biglietti desiderasse, il pover’uomo arrossì, strabuzzò gli occhietti e cercò di proferire verbo senza riuscirci. Lo scaltro ma intenerito cassiere capì che costui non doveva avere avuto in vita sua molta dimestichezza con  il teatro, e pertanto gli sorrise bonariamente, cercando di metterlo a suo agio. “Signore..” Gli disse con garbo, “…vuole per caso dirmi che desidera dei posti in platea? O magari preferisce  la galleria?” Il balbettante omone, (che a quel punto si sentiva  sotto esame da parte dei parenti suoi, ma anche dagli altri clienti in fila), si fece rubizzo come un’aragosta. “Sentite…” disse, infine, al termine di una sforzo mnemonico formidabile, “…mi dovete dare una cabina ché ci andiamo tutti quanti come stiamo….” Naturalmente, intendeva dire che voleva per sé e la famiglia un palco. Ed è tutto dire la meraviglia del Purgatorio che è stato in grado di attrarre un’anima destinata altrimenti a  bruciare, per tutta l’esistenza, nell’inferno della mediocrità televisiva.  Il fenomeno di questi anni è a dir poco strabiliante in termini di afflusso di pubblico. Meritano pertanto l’onore della firma, oltre naturalmente all’autentico guru della comicità nostrana Nicola Pignataro, gli straordinari professionisti della Compagnia: e in primis per dovere di precedenza Carla Traversa (alla quale si aggiungerà più in là il fratello Nicola), Franco De Giglio, Teodosio Barresi, Annalena Cardenio (nella parte dell’attrice giovane) e Gianni Laporta. Sono gli anni dell’afflusso continuo e inarrestabile, con stagioni che si protraevano fino alle soglie di giugno, costringendo il personale del Purgatorio a spalancare i portali e a mettere in funzione i ventilatori. Dall’ ’89 e per circa un decennio fino a chiusura del millennio, saranno rappresentati, oltre al già citato “Natale in casa Petaroscia”, anche i classici: “ Mariette la Coppuniste”, “Faiele”, “Colino Cocò”, “Na scernate desgrazziàte”. Trattasi di autentici cimeli del nostro folclore, talmente potenti come presa sul pubblico, da lasciare strabiliato il colto e appassionato Egidio Pani, uno dei pochi scrittori, oltre al napoletano Antonio Di Filippo, a considerare il successo delle commedie di Pignataro come fenomeno antropologico di costume. E qui, certamente senza alcun intento polemico, va in qualche modo stigmatizzata l’assenza della struttura giornalistica della RAI. D’accordo, Ibsen e Pirandello vanno giustamente riguardatati. Ma forse che Aristofane e Plauto non hanno avuto nella storia del teatro pari dignità e grandezza? Far ridere è un’autentica arte, forse la più grande di tutti. Nella via Pietrocola, in quel teatro che invita a purificarsi dalle tossine, accade ogni fine settimana una sorta di palingenesi sociale. Siedono assieme nella stessa fila superpagati architetti, modesti portinai, marpioni di avvocati, e modeste commesse,  colti docenti universitari, dignitosi portalettere con solo uno o due anni di medie; raffinate donne in carriera, casalinghe dalla risata travolgente, luminari della medicina e operai e impiegati della Beghelli; uscieri del policlinico e rientranti cassaintegrati; firme del pret-a-porter e piazzisti di mutande di felpa, scrittori di bellissimi romanzi e semplici raccontatori di barzellette.

E’ l’eterogeneità del pubblico l’ orgoglio del Purgatorio. Ciò che non è riuscito a fare Carl Marx sta provando a farlo Nicola Pignataro: duecento persone alla volta; non sono moltissime, è vero; ma spettacolo dopo spettacolo, stagione dopo stagione…. Chissà, un giorno, forse, le anime di tutto il mondo saranno finalmente riunite.   

Anime perse, anime ritrovate

Il periodo cosiddetto “aureo” del purgatorio prosegue negli anni a cavaliere del terzo millennio. C’è però da registrare la defaillance di un’anima importante, quella del bravo Franco De Giglio, che ingaggiato dalla Very Strong Family, ha già iniziato la sua ascesa in termini di popolarità interpretando il simpatico “nonno Ciccio” . La compagnia del Purgatorio sembra non accusare la perdita, anche perché è il periodo in cui Nicola Pignataro è richiestissimo come “testimonial” all’estero. Frotte di emigranti  italiani nelle lontane Americhe, e persino nell’esotica Australia reclamano il celeberrimo campione della “baresità”, affinché li delizi e li consoli rinvangando la bella patria lontana. Le assenze dall’Italia, spesso significano la chiusura del teatro per qualche  settimana, anche se sostanzialmente si rispetterà il consueto numero delle 100/110 rappresentazioni annue.  Oltre a De Giglio c’è da registrare un’altra defezione, stavolta definitiva: quella di Carla Traversa, la quale per una serie di ripicche legate al suo cachet, decide inopinatamente  di lasciare la Compagnia a soli tre giorni dalla Prima de “U Cazzarizze” con tanto di manifesti e prenotazioni già definite. Correva il 3 marzo del 1998. Nicola, inutile nasconderlo, accusò il colpo, tanto che decise di anticipare la chiusura della stagione. La Compagnia si stava dimezzando in maniera preoccupante, ma vi era tutta la primavera e l’estate per pensare ai rimpiazzi. Con i primi di settembre, il nostro incorreggibile baffone pensa di dar vita ad un revival, chiamando presso di sé due autentiche glorie del folclore barese: Mariolina De Fano e Lino Spadaro. L’intento era di ricostituire l’identico terzetto che trent’anni addietro aveva letteralmente spopolato in tutti i teatri di Puglia.   Per l’occasione si pensò di debuttare con “Nu matte fesciute da Vescegghie” un classico a firma di Vito De Fano,  poeta in vernacolo di grande levatura poetica nonché padre di Mariolina. L’operazione, grazie alla capacità professionistica dei tre, ebbe un riscontro positivo da parte del pubblico. Tuttavia, un autentico marpione  del palcoscenico come Nicola avvertì  che qualcosa non andava negli applausi che al termine delle rappresentazioni il pubblico pur accordava. La verità era che fermo restando l’indubbia bravura,  i tre attori/amici non riuscivano a suscitate come ai bei tempi  la  vitalità e la freschezza che sempre esige l’arte di Menandro. Comparendo assieme dopo circa trent’anni rappresentavano ormai solamente il residuo di un  passato ormai impossibile da replicare; ispiravano pur con la loro indubbia simpatia una sorta di vuoto fossile capace sì di strappare ancora consensi, ma che in fin dei conti risultava svuotato del tutto di entusiasmo e slancio vitale. I tre si volevano bene tra loro, e il pubblico accordava loro pari affetto nel ricordo e in omaggio alla loro straordinaria bravura.  Nulla però aveva più a che fare con l’Emozione. Dopo qualche settimana, della fresca colla si espanse sulle locandine che riportavano le facce sorridenti ma un po’ stanche di quell’ex formidabile menage a trois. Inutile dire che dopo siffatta esperienza, Nicola comincia ad avvertire un vuoto. Le soddisfazioni professionali certo non mancano. Abbiamo parlato delle sortite all’estero; nel 1999 v’è la partecipazione  ne “Lacapagira”, il film di Piva, pluripremiato al festival di Berlino nel 1999, e che farà il giro del mondo, rappresentando una Bari surreale e notturna col suo sottofondo di emarginazione e malavita. Non si tratta però di teatro. La solitudine di una Compagnia che non c’è viene allora affrontata in modo drastico con “Libretto malasanitario”, spettacolo di cabaret che Nicola allestisce di sorpresa, presentandosi da solo sul palco e affrontando il pubblico “a mani nude” per oltre due ore. Il successo è a dir poco esaltante, e tanto saranno i consensi da stupire  lo stesso Nicola.  Critica e pubblico sono però d’accordo nell’accordare a questa performance dell’attore barese l’apogeo della sua vena comica e di inesauribile affabulatore. Il “Libretto”,  espressione della completa maturità artistica raggiunta dall’attore conoscerà un autentico vortice di repliche.  Richiestissimo  a gran voce dai  più disparati ambienti, e in primis dai salotti-bene della città, la performance ha avuto il raro onore di essere premiata al festival del cabaret di Martina Franca, la più prestigiosa rassegna italiana del genere. Dopo tale strepitoso successo, per quanto lusinghiero sia stato, il Purgatorio ripresentava però sempre il problema di una Compagnia certo non stabile, per quanto concerneva i componenti. Ma una prima buona notizia per Nicola arriva dal ritorno di un graditissimo figliol prodigo, ossia Franco De Giglio, il quale aveva concluso la sua avventura con la Strong Family e ora si riaffacciava in via Pietrocola in cerca di un ingaggio. Nel 2001, intanto, vi è da registrare  la parentesi “underground” del Purgatorio con l’ingresso delle new entry Giuliano Giliberti, Diego Claudio e Lisangela Sgobba. Si tratta di giovani di talento, con significative esperienze nel mondo dell’avanspettacolo. Nicola decise di avvalersene allestendo il suo “55 milioni di incazzati”, esilarante satira sul malcontento che il coacervo di manovre finanziare, riforme e una tantum suscitavano negli italiani. Il successo fu discreto; ma non eguagliava, certo, quella messe di consensi a cui il teatro era consacrato ormai da un quarto di secolo. Con l’arrivo di Gianni La Porta, un altro pezzetto della Compagnia si andava ricomponendo. Mancava la prima attrice; un ruolo che dopo un pensa e ripensa Nicola pensò di affidare ad Annalena Cardenio. Si trattava (anagrafe a parte) di una vecchia conoscenza. Prima di ritirarsi per motivi famigliari, Annalena aveva ricoperto solo ruoli minori, appunto da attrice giovane.  Il giorno in cui Nicola la chiamò, proponendole il ruolo  da co protagonista  ebbe delle forti perplessità.  Una volta superate le paure, si schiusero però  le porte di una notorietà che oggi la porta ai vertici tra le migliori attrici della nostra regione. Il debutto avvenne con “Crolla la borsa, sale il veleno”: si tratterà del primo di una lunga teoria di successi che si snodano attraverso il tempo sino ai giorni nostri con “Gaytano”, irresistibile performance nel contesto del celeberrimo “gay pride” tenutosi a Bari; a seguire:  “Il mio grosso, grasso priqueco greco”, “Il geometra Pizzarotti e il mistero di punta Perotti”, “La scopa vecchia – è onor di rimmatiero-” . Annalena riesce con il suo appeal ad eclissare persino le prestazioni della mitica Mariolina De Fano. Con lei si frantumano tutti i record al botteghino, malgrado in questi anni il teatro deve fronteggiare la temibile concorrenza delle pay tivù con le partite di calcio al sabato sera. Tocchiamo un tasto dolente. Oggi, con la crisi delle borse che continua a perdurare, con i posti di lavoro che drammaticamente si disintegrano, appare più che naturale che il teatro presenti dei vuoti. Tuttavia, per quanto ridimensionato rispetto ai tempi in cui era necessaria la polizia per sedare il malcontento degli spettatori rimasti senza biglietto, il Purgatorio rimane pur sempre una delle poche barche ancora in grado di fronteggiare la burrasca in corso. Anima grande e mai doma di questo storico ritrovo dello spettacolo pugliese continua però a restare Nicola Pignataro. Al baffo più famoso di Puglia, va il doppio merito di aver retto da capitano coraggioso e leale  il timone di questa barca in tutti questi anni, e  altresì va il merito di non aver mai sporcato il nome del Purgatorio con spettacoli che fossero men che decenti e all’insegna del buon gusto. A lui, a tutti gli attori e autori, a tutte le maestranze che hanno, a vari livelli di dedizione e continuità,  contribuito a mantenere in vita il nostro teatro, va il ringraziamento di tutti noi. Il Purgatorio vive, il Purgatorio vivrà!