Angela Minafra

A proposito di Angela Minafra, così come già accaduto con Spadaro, in nome dell’amicizia corro il rischio di dimenticare l’obiettività, che pur dovrebbe essere mio requisito principale, visto che mi sono preso la briga di stilare il casellario della anime che hanno avuto a che fare con questo storico Teatro. Ho conosciuto Angela  un po’ di annetti fa; quanti esattamente sarebbe indelicato precisarli, visto che parliamo di una signora. Diciamo che per dirla col celebre cantautore Francesco Guccini, sia io che lei respiravamo ancora l’odore acre ma inebriante del dopoguerra.  Il nostro mondo era la fatidica via Petrelli, la strada segnata a quei tempi da via Crisanzio sul lato nord e da uno scalcinato muro della ferrovia sul lato sud; luogo d’altronde, che ho cercato di descrivere e far rivivere nella mia biografia, recentemente pubblicata. Il nostro primo incontro, dunque, è avvenuto  proprio in quel “mondo tutto chiuso in una via”  pullulante di tanti personaggi che hanno segnato nel bene e nel male la mia infanzia. Ricordo perfettamente quei primi istanti, come se si materializzassero ora. Angela che sbuca improvvisamente da un portone, e io che resto a fissarla a bocca aperta, mentre lei, protesa col busto in avanti, le braccia fluttuanti nell’aria, si slancia  con la fluidità e la grazia di un cigno ceh fende le acque di un lago: ovvero pattina. Io, per essere sinceri, non avevo mai visto ai piedi aggeggi del genere, né tanto meno avevo idea di come facesse la Nostra a non sfracellarsi contro il marciapiedi o a non rovinare addosso ai passanti, senza parlare delle auto, che pur rare, erano comunque sempre pericolosamente in agguato. Ma tant’è, quella incurante degli ostacoli aveva un modo tutto speciale di frenare: girava in tondo in non meno di mezzo metro, in maniera da smorzare in un batter di ciglia quella velocità da brivido. Come tanti ragazzini del posto, anch’io ammaliato da quel  bel  faccino e dal portamento un po’ snob presi la mia brava cottarella  per Angela, ragion per cui, pensai di dovermi procurare al più presto un paio di pattini, e ancor più sveltamente di dover imparare qualche numero in modo da strabiliare la mia bella. All’uopo incaricai un mio amico che come il Morgan Freeman di quel stupendo film che è “le ali della libertà”, era capace per pochi spiccioli di procurarti di tutto. Indossati i pattini, pensai che non occorresse altro, e incurante di chi mi suggeriva prudenza, mi slanciai in avanti imprimendomi il massimo di energia cinetica…. fino a sbattere miseramente contro il muro. Incurante di quel primo insuccesso, provai e riprovai fino a quando tutto ammaccato e bluastro per i lividi mi ritrovai col sedere a terra, finendo bersaglio di lazzi e sghignazzate impietose. Ad onta di questa disastroso esordio, riuscii comunque a stringere un’ amicizia che si consolidò quando  ci ritrovammo assieme a frequentare l’istituto Amedeo d’Aosta di via Cavour.  Ricordo quelle mattine con incredibile nostalgia. Facevamo assieme il tragitto sino a scuola, parlavamo di un mucchio di cose, e in particolar modo di quella strana mania che ci animava entrambi di voler calcare le tavole di un palcoscenico.  Pur attratto da lei non ho mai avuto comunque pensieri maliziosi.  Angela rimane per me la prova scientifica che un uomo  può essere sinceramente amico di una bella donna senza  necessariamente destare quel porcellino che di solito ci sonnecchia dentro. Un giorno la direzione della scuola organizzò un saggio di recitazione, ed io e Spadaro mettemmo su un esilarante schetch intitolato “il barone Pipetta”. Eravamo sicuri di vincere, visto che ormai avevamo una consolidata fama di mattacchioni; invece ci toccò dividere il premio ex aequo con Angela, che si distinse, al contrario, con una sorta di melodramma in cui recitava con garbo e finezza una drammatica “suor Angelica”. Le nostre carriere artistiche erano naturalmente destinate a incrociarsi, o meglio a sovrapporsi, visto che, ai tempi in cui cominciò a funzionare il “quartetto storico” ci toccò  avvicendare proprio lei che, a quei tempi, gravitava presso il Purgatorio con la Compagnia di Pippo Volpe, celebre esponente dell’avanspettacolo, destinato poi a diventare suo marito. Assieme a loro due erano Guglielmo Rossini, Pietro De Vito, Mimì Uva, tutti esponenti di una comicità fine, garbata, che richiamava le atmosfere di quei varietà di pregio ma che, su quel finire degli anni Settanta, suonavano un po’ demodè, un po’ stantii. Insomma, sotto l’impeto assolutamente devastante delle nostre performance comiche, Angela fu come dire costretta assieme agli altri ad eclissarsi, a trovarsi nuovi spazi. Oltre alla naturale vena comica ( vi fu un critico teatrale che la paragonò, e con fondate ragioni,  alla grande Isabella Bigini), rimane nelle sue corde una apprezzabilissima vena drammatica. A tal riguardo, ricordo  una sua intensa interpretazione di “Chidde dì”,  commedia in vernacolo scritto da Vito Maurogiovanni, e in particolare mi sovviene uno straordinario “assolo” in cui lei, interpretando una popolana, si sofferma a commentare in preda alla commozione la processione dei Misteri. Ma non è con questa bella ma malinconica immagine che voglio prendere commiato dalla nostra bellissima anima, che certamente rifulge ai piani alti del nostro Purgatorio. E data la nostra comune natura di saltimbanchi e guitti cosa c’è di meglio di una risata per celebrare il ricordo dei vecchi amici? E anche tu, mia cara Angela, non potrai fare a meno di ridere,  se ora rivelo ai nostri amici che rimani forse l’unica donna in Italia ad essere stata multata per essere passata col semaforo rosso. A piedi. Quanto tempo è passato? Avevi sedici  anni o poco più. La notizia fece il giro di Bari, lasciando increduli tutti. Credo che sarebbe bello se quel zelante vigile si facesse vivo, magari contattando questo sito. Ma forse è troppo vegliardo, e magari si è trasformato in un’ anima (autentica) del Purgatorio. In ogni caso: qua la mano, amica mia. Non a caso il grande Edoardo diceva che Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male.